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Roma, 13 apr – Un accordo, che alcuni analisti non esitano a definire storico, sancisce una tregua nella “guerra” del petrolio tra Russia ed Arabia Saudita. Iniziata a metà dello scorso mese, quando Riad aveva autonomamente deciso di aumentare la produzione (nonché praticare importanti sconti alla clientela, specialmente quella europea) facendo così crollare i corsi del greggio – il -30% sul Wti, che da dicembre dell’anno scorso è passato da 60 a poco più di 20 dollari al barile, di inizio marzo è stato il più importante calo giornaliero dal ’91 ad oggi – ci sono volute settimane di trattative ma alla fine, in sede Opec, è stato raggiunto l’accordo.

Quotazioni del petrolio a picco

La scelta unilaterale dei sauditi aveva spiazzato un po’ tutti. Già sotto stress per via del coronavirus, che ha depresso i valori di mercato del petrolio in conseguenza della minore domanda di prodotti raffinati, la mossa della monarchia intendeva dare uno scossone alla mancata intesa, saltata proprio con Mosca, per cercare di sostenere i prezzi. Una sorta di parlare a nuora perché suocera intendesse: con il Wti arrivato al di sotto dei 20 dollari al barile non solo la Russia rischiava di andare in difficoltà finanziaria, ma anche gli Stati Uniti potevano dover fare i conti con numerose chiusure dei propri pozzi, specialmente quelli dell’olio (e del gas) di scisto che ha costi di estrazione sensibilmente elevati. La stessa Arabia Saudita si è ritrovata con le quote della compagnia petrolifera statale, l’appena quotata Saudi Aramco, letteralmente precipitata a picco.

L’accordo: quasi 10 milioni di barili in meno

Da qui la necessità – visti i convergenti interessi – di trovare una qualche quadra attorno al tema. E così ieri l’Opec+, il cartello che oltre ai membri storici dell’organizzazione riunisce anche altri grandi produttori come Russia e Messico, ha siglato l’intesa con la quale le nazioni firmatarie si impegneranno a ridurre di 9,7 milioni di barili al giorno la produzione di petrolio, di cui 3,7 come contributo di Usa, Canada e Brasile.

Filippo Burla

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