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Roma, 11 mag – Con il Pnrr inviato a Bruxelles, il governo espone l’Italia al vincolo esterno più di tutti le altre nazioni Ue. Di fatto inserendo il pilota automatico per i prossimi anni. Sì perché, da quanto si apprende dalla Commissione, l’Italia è il Paese che, dopo la Grecia, ha chiesto la maggiore quota di prestiti del Recovery Fund. Esattamente il 7,42%, pari a 122,6 miliardi dei 191,5 circa di “nostra” competenza.

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Prestiti del Recovery Fund: un segno di debolezza

Bisogna ricordare che, secondo l’articolo 14 del Regolamento 241, la Commissione ha fissato il termine di scadenza per richiedere i prestiti entro il 31 agosto 2023. Richieste che verrebbero valutate entro il 31 dicembre seguente. Perché dunque l’Italia ha deciso di accettare da subito il vincolo esterno piuttosto che finanziarsi sui mercati? Tanto più considerando i lusinghieri risultati dei collocamenti di aprile.

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Al netto del fatto che, per definizione, parliamo sempre di prestiti, con la richiesta di anticipo del 13% l’Italia dovrebbe ottenere entro settembre 25 miliardi. Il condizionale è d’obbligo – Karlsruhe docet – visto che bisognerà aspettare l’approvazione del nostro Pnrr e la ratifica degli altri stati sulle Decisioni riguardo i loro piani prima che la Commissione possa emettere obbligazioni sul mercato.

Questo finanziamento anticipato perciò si spiega con una precisa volontà di evitare il rischio di, in caso di mancate riforme in vista degli obiettivi intermedi,  ricevere gli esborsi semestrali. Un chiaro segno di debolezza nei confronti dei mercati, ai quali il governo Draghi ha in pratica comunicato la possibilità in futuro di non poterci finanziare a tassi competitivi.

Il pilota automatico oltre il 2023

Tornando alle riforme da fare, in primis la riforma fiscale promessa dallo stesso Draghi, c’è un dato politico che è determinante. L’attuale maggioranza, composta da partiti con proposte decisamente diverse in tema fiscale, riuscirà a trovare un accordosu un provvedimento che dovrà essere presentato alla Commissione?

Le due pagine dedicate nel Pnrr forse basteranno per ricevere l’anticipo del Recovery Fund. Allo stesso tempo saranno però insufficienti per incassare le prossime rate semestrali. Soprattutto considerando che anche un solo Stato membro, se insoddisfatto dalle riforme, potrebbe attivare il “freno d’emergenza che sospende le erogazioni.

Un secondo fattore da considerare è prettamente temporale. La struttura del Pnrr consta di una precisa tabella di marcia sugli investimenti: 14 miliardi nel 2021, tra i 37 e i 43 tra il 2023 e il 2024, per finire con 31 nel 2026. Percorso arduo da rispettare vista la difficoltà di spendere e rendicontare 10 miliardi annui del bilancio comunitario. Tutto ciò senza dimenticarsi dei costi sociali che le riforme avranno, leggasi austerità.

Tale immobilismo politico e burocratico, la quota prestiti del Recovery Fund limiterà di conseguenza il raggio d’azione dei vincitori delle prossime elezioni, i quali si troveranno di fatto col pilota automatico già inserito una volta entrati nella stanza dei bottoni. Ancor di più di quanto le dinamiche Ue ci hanno insegnato negli ultimi vent’anni.

Riccardo Natale

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