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Il Primo maggio non è più una festa: tutti gli errori dei sindacati

by Carlo Maria Persano
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Roma, 27 apr – Il Primo maggio non è più da tempo una festa, troppi sono gli errori commessi negli anni dai sindacati e tali da non rendere credibile la difesa dei lavoratori e dei loro posti di lavoro. Il Covid ha solo maggiormente evidenziato le gravi condizioni della politica sindacale attuale, ma le profonde lacune partono dal passato, anzi, partono dal 1945. Vediamole in sequenza e poi vediamo i tremendi danni prodotti dalle scelte sbagliate.

Il Primo maggio e il primo errore 

Il primo segnale abominevole arriva dalla cancellazione della legge 375 del 1944, la principale legge di “socializzazione” di quegli anni. Era una legge che prevedeva la partecipazione dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende con più di 100 dipendenti. Non era una legge solo italiana, anche in Germania i lavoratori (i loro rappresentanti) possono, ancora oggi, risiedere nei consigli delle aziende con più di 2.000 dipendenti. Insomma, la legge 375 permetteva ai lavoratori di conoscere in anticipo e discutere tutte le scelte strategiche dell’azienda, con la dignità del consigliere di amministrazione. Immaginate la legge portata negli anni ’80, quando è iniziato il processo di delocalizzazione delle aziende secondo il dettami del mondialismo e riguardate l’inconsistenza della FIOM o di CGIL-CISL-UIL che si trovavano lo spostamento di uno stabilimento a cose fatte. E adesso immaginate se, come da obbligo del codice civile (dove si collocava la legge 375), l’azienda avesse dovuto dichiarare in anticipo in consiglio di amministrazione la sua scelta di delocalizzare le produzioni. E’ evidente a chiunque il livello di forza diverso nella trattativa sindacale, rispetto a uno stabilimento che aveva già il suo clone in un Paese lontano. Come si è visto, cancellare la legge 375 fu un atto gravissimo anche perché non fu mai sostituita negli anni da nessuna legge analoga.

L’assist al capitalismo

Perché il sindacato, a guida CGIL e PCI, ritenne di dover cancellare la legge 375 del 1944? Per due semplici motivi: il primo era che la 375 incoraggiava il dialogo tra le parti sociali, mentre CGIL-PCI volevano la lotta di classe. Il secondo motivo, se vogliamo anche più grave dal punto di vista sindacale, era che il credo marxista poneva i “mezzi di produzione” al centro dell’attenzione ideologica e pratica. Ovvero, i marxisti credevano che, come argomentato da Marx, i mezzi di produzione (essenzialmente i capannoni e i macchinari) fossero il vero punto di attenzione per bloccare il capitalismo. In tutte le principali costituzioni dei Paesi marxisti si precisava come per i mezzi di produzione dovesse essere esclusa la possibilità di una proprietà privata. Senza mai immaginare che la progettazione di un prodotto (il brevetto), la sua industrializzazione a livello di costo, la sua collocazione nel mercato e la provvista di un capitale di funzionamento, fossero i reali elementi strategici di un’azienda.

Con le sue convinzioni vetero-marxiste sbagliate, i sindacati hanno così permesso al capitalismo di creare in gran segreto capannoni, collocazioni di nuovo macchinario, procedure produttive e sistemi di qualità del prodotto, nei Paesi a basso costo di manodopera. E così la FIOM, mentre si faceva dileggiare da Montezemolo per un accordo sindacale dei metalmeccanici dove si trattava per un aumento di 43 euro mensili, prontamente concessi dal Montezemolo stesso, non si accorgeva degli stabilimenti di FIAT (oggi FCA) che volavano fuori dall’Italia, fregandosene allegramente dei “mezzi di produzione”. Ancora oggi i sindacati sono impotenti davanti a queste decisioni e qualche lavoratore li sospetta pure come complici.

I recenti errori dei sindacati

Avviluppati dagli schiaffi ricevuti dal capitalismo tramite il mondialismo e pure storditi dalla simultanea azione del pensiero unico, tanto vicina alla vecchia dialettica marxista, CGIL-CISL-UIL, anche inadeguati alle novità nei rapporti tra lavoratori, proprietari, Stato e cittadini, hanno inanellato una serie di strafalcioni clamorosi.

Vediamo alcuni esempi. Hanno permesso che ai Benetton non fosse revocata la concessione statale per le Autostrade pur con i pesanti sospetti di mancate manutenzioni del ponte crollato a Genova, lasciando che la proprietà compromettesse il rapporto di fiducia con i cittadini-clienti. Un atteggiamento di usuale miopia, nella obsoleta concezione che i ricavi (e sicurezza dei clienti) sono solo un interesse della proprietà. Anzi hanno permesso, senza fiatare, che il nuovo ponte fosse affidato ancora alla gestione dei Benetton.

Hanno poi permesso che nel decreto Salva Italia si consentisse ai percettori di Reddito di Cittadinanza di poter rifiutare eventuali lavori proposti nel settore agroalimentare, nonostante il ministero dell’Agricoltura paventasse gravi problemi e chiedesse esplicitamente la regolarizzazione di altri africani giunti clandestinamente per gli impieghi in agricoltura. Hanno ignorato l’esistenza di tutte le categorie di lavoratori autonomi, del turismo, delle partite iva, del commercio, messi in ginocchio dalle chiusure imposte, come se tutte quelle persone non fossero dei lavoratori e non avessero diritto agli ammortizzatori sociali come tutti gli altri. Hanno permesso la concessione di un prestito di 6,3 miliardi a FCA, azienda con sede fiscale in Olanda e gestione operativa in Francia, nonostante Elkann avesse dichiarato apertamente che ci sarebbe stata una distribuzione di dividendi ai soci per 5,5 miliardi. Analogamente hanno lasciato che non si provvedesse alla messa in sicurezza degli alti forni del siderurgico di Taranto, dove i rischi di tumore nei confronti della popolazione sono ancora altissimi.

Un nuovo sindacato è possibile

Come abbiamo visto, la fila di disastri è notevole, resta ora da far tesoro dei ben chiari  errori e correggerli, sia come impostazione ideologica che come attuazione pratica di una nuova normativa, a iniziare dal ripristino di una legge analoga alla 375 del 1944 sulla socializzazione delle imprese, per continuare con il riconoscimento che un lavoratore è tale anche se partecipa alla proprietà dell’impresa. Chi lavora, è un lavoratore.
Queste nuove premesse dimostreranno come un nuovo sindacato è possibile, non appiattito sulle logiche del nuovo ordine liberale, ma capace di forza e protagonismo verso le prepotenze che arrivano da Berlino, da Washington e dall’Asia. Capace di difendere il lavoro per l’Italia e per gli italiani senza farselo più scippare senza reagire, come è successo negli ultimi decenni.

Carlo Maria Persano

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1 commento

Fabio Crociato 27 Aprile 2021 - 3:55

Buon articolo che però a mio avviso fa ancora troppi “complimenti alla Triplice”, sorvola che la proprietà privata in Urss esisteva in “nero” (!) e non esorta davvero ad andare oltre allo strumentale dualismo privato-pubblico, al termine sindacato e ad intendere i mezzi di produzione davvero in modo totalizzante.
(Il I° maggio l’ ho sempre vissuto come una festa “perdono” per l’ indegno 25 aprile e riappacificante per gli uomini di buona volontà=lavoro).

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