Roma, 26 mar – Si fa un gran parlare della necessità di affrancare l’Europa dai legami energetici con Mosca. In tal senso si colloca l’intesa, per ora solamente politica, raggiunta nella giornata ieri in sede comunitaria con Gli Stati Uniti. Accordo che, in realtà, rischia di non renderci autonomi in senso assoluto: che sia gas russo o gas americano, il fattore dipendenza rimarrebbe pressoché intatto, sostituendo in fin dei conti solo il “titolare” dei rapporti. Come dire: anche cambiando fornitore, il risultato non cambia.

Il problema è noto: il vecchio continente – e non solo lui, va detto – è un grande utilizzatore di gas naturale. Ne ha bisogno per svariati motivi: dalla produzione di energia elettrica al riscaldamento, passando per il funzionamento dei macchinari aziendali (caldaie industriali in primis). E’ vero che rispetto al piccolo del 2010 ne utilizziamo il 10% in meno, ma è altrettanto vero che dal 2014 i numeri sono tornati in costante crescita. L’oro blu, d’altronde, sarà un fattore-chiave per le dinamiche della transizione ecologica su cui l’Unione spinge forte. Talmente tanto da aver spiazzato i produttori europei: chi investe più nell’estrazione di idrocarburi se la strada verso la decarbonizzazione è tracciata?

Il gas americano non risolve ma acuisce il problema della diversificazione

Ne è logicamente conseguita, visto che – con buona pace della componente talebana dell’ambientalismo estremista – gas e petrolio non si possono sostituire dall’oggi al domani (ma nemmeno da qui a dieci o addirittura vent’anni), una maggior dipendenza dalle forniture estere. Se questo fattore è strutturale, non significa però che il quadro sia “dato” e nulla si possa fare al riguardo. La parola d’ordine, in questi casi, dovrebbe essere diversificare. Il che significa operare per aprire a nuovi fornitori: non sono infiniti, ma è necessario che siano il numero maggiore possibile. Solo così l’acquirente può far valere la propria quota di forza contrattuale, al contrario acuendo il proprio stato di subordinazione.

Diversificare, perciò, non significa sostituire un fornitore con un altro. Proprio quello che, invece, sta accadendo con il gas americano. Il quale, stando alle prime stime, ci costerà di più – sensibilmente di più: perché non arriva direttamente via tubo ma è gas naturale liquefatto, che va prima congelato, poi trasportato e successivamente rigassificato – e necessita di investimenti miliardari per poter essere immesso in rete. Noi paghiamo, annunciamo di voler rinunciare al principale fornitore e nel frattempo creiamo un mercato per il gnl di cui gli Usa si apprestano entro quest’anno a divenire il primo esportatore mondiale, trovandogli un acquirente sicuro e disposto a pagare (quasi) qualsiasi prezzo. L’unico affare potrebbe, sulla nostra pelle, averlo fatto Washington.

Filippo Burla

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