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Roma, 8 apr – A circa due settimane dall’approvazione del decreto 17 marzo 2020, possiamo fare un primo bilancio sulle misure messe in campo dal governo per far fronte all’emergenza coronavirus. Misure che sono assolutamente insufficienti e che celano degli scenari futuri a dir poco preoccupanti. Tra questi: gli adempimenti fiscali con scadenza tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020 che rischia di portare molte imprese a non pagare la “doppia” rata una volta superata la crisi; l’uso del credito d’imposta, soprattutto relativo alle cessioni di crediti deteriorati che le imprese hanno accumulato negli ultimi anni; la compensazione degli anticipi CIG che le imprese effettuano con i contributi INPS del mese di riferimento: l’anticipo bancario sulla CIGS garantito dallo Stato che, prima o poi, dovrà coprire i prestiti fatti dalle banche ai lavoratori; la totale mancanza di aiuti concreti alle imprese che durante questo periodo rischiano la chiusura, cosa che potrebbe portare al licenziamento di centinaia di migliaia di italiani e la garanzia messa in campo dalla Sace tramite la Cassa Depositi e Prestiti che più che un aiuto alle aziende profuma di incentivo all’indebitamento.

Una manovra pericolosa

Tutto questo, lascia presagire un futuro tutt’altro che roseo, con un aumento della spesa pubblica a carico dell’INPS dovuto all’utilizzo di ammortizzatori sociali e della Naspi e di debiti che non è dato sapere come le imprese italiane riusciranno a pagare. È del tutto evidente, infatti, che i 600 euro dati a lavoratori autonomi e partita IVA sono una presa in giro; così come è evidente che i buoni spesa sono poco più che propaganda, contando che i beneficiari potranno essere solo le persone al di sotto della soglia di povertà. Su quest’ultimo punto, inoltre, non possiamo trascurare il fatto che si tratta di un beneficio concesso sulla base di autocertificazioni su cui l’Italia ha un obbligo di verifica, seppur a campione, che difficilmente possiamo pensare verrà fatto. Insomma, una manovra che non cura un bel niente e che, semmai, rischia di portarci sull’orlo del baratro e assegna, a chi verrà dopo questo Governo, la responsabilità di appianare un buco di bilancio che comincia a fare veramente paura e a far si che coloro che accederanno al credito garantito non vengano, poi, schiacciati dai debiti.

A pensar male, qualcuno potrebbe dire che stiamo gettando le basi (più o meno consapevolmente) per un futuro cappio al collo stretto da banche, BCE e Commissione europea che ogni giorno che passa acquistano potere sull’Italia. Se da un lato, infatti, lo scenario che potremmo dover affrontare sarà quello di sottostare a un prestito (leggi MES), dall’altro ci ritroveremo ad affrontare il rischio di avere migliaia di imprenditori i cui debiti, in caso di insolvenza e senza precise indicazioni che avremo solo coi decreti attuativi, potranno essere trasformati in crediti deteriorati, cosa che potrebbe indurre gli istituti bancari a non erogare nulla. Tutto questo, tenendo sempre presente che le garanzie della BCE potrebbe essere date solo a determinate condizioni, la prima delle quali le ormai note riforme che “ci chiede l’Europa” (vedi austerità, ristrutturazione debito pubblico, richiesta di maggiore gettito fiscale, ecc…).

La manovra tedesca

In questo scenario a dir poco preoccupante e che i maggiori esperti continuano a descrivere come la peggior crisi dal 1929 a oggi, c’è uno Stato che se la continua a passare bene: la Germania. Una Nazione che è riuscita a mettere in campo la bellezza di 550 miliardi di euro. Molti si sono chiesti come sia possibile tutto questo. E la risposta a questa domanda sta nel sistema bancario tedesco che, da sempre, aggira le regole europee. Partiamo però dalla minor quota stanziata. La Germania ha reperito circa 50 miliardi di euro aumentando il deficit con un piccolo particolare: loro, sul deficit, guadagnano. Vi sembrerà assurdo, ma la Germania più si indebita e più diventa ricca. Questo perverso meccanismo è dovuto al fatto che la nazione tedesca emette sul mercato titoli di Stato con tassi negativi che, pertanto, producono guadagni anziché costi. E a comprare questi titoli sono le banche di tutto il mondo che hanno bisogno di titoli sicuri nel loro portafoglio (anche se gli costano anziché fargli fruttare) e che sperano sull’aumento del valore degli stessi per coprire le perdite. Insomma, per le banche è un investimento che sono disposte a fare o che, per meglio dire, sono obbligate a fare dalle regole europee che impongono di detenere nel portafoglio societario una percentuale minima di titoli sicuri.

Ma la quota maggiore, costituita da circa 500 miliardi, la Germania l’ha ricavata dalla Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la banca pubblica tedesca che si dirama in tutti i Lander tedeschi e che è stata la banca che ha amministrato i fondi del Piano Marshall. In verità la Germania è da decenni che usa questa banca per finanziare l’economia senza impattare sul bilancio pubblico. Pensate che nel 2011 la KfW ha approvato prestiti per 70 miliardi di euro, con utile operativo di circa 2 miliardi di euro. E lo riesce a fare aggirando le regole con un gioco di prestigio contabile perché, come scrive Alessandro Merli su Il Sole 24 Ore del 24 luglio 2012 “attraverso la KfW, il Governo tedesco canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti”. Insomma, aiuti di Stato alle imprese, mascherati da finanziamenti a tassi agevolati, che non figurano nei conti pubblici perché in Germania sono escluse dal bilancio dello Stato le società pubbliche che si finanziano con pubbliche garanzie ma che coprono la metà dei propri costi con ricavi di mercato e non con versamenti pubblici, tasse e contributi.

Ennesimo cappio

Qualcuno sicuramente starà pensando: “Facciamolo anche noi!”. E infatti è la soluzione messa in campo dal governo e di cui accennavamo prima. La risposta è che, però, non è tutto oro quel che luccica. Per prima cosa l’unico strumento veramente confrontabile con la Kreditanstalt fuer Wiederaufbau è la Cassa Depositi e Prestiti. La prima è, infatti detenuta per l’80% dal governo federale e per il restante 20% è dai Länder; la seconda, invece, è controllata per circa l’83% da parte Ministero dell’economia e delle finanze e per circa il 16% da diverse fondazioni bancarie. In secondo luogo la natura stessa dei due istituti è completamente diversa: mentre la prima è una banca commerciale che figura come ente pubblico, la seconda è una società per azioni e come tale, soggetta alle regole del mercato. E appunto è quello che è successo. “Complessivamente – ha detto Gualtieri – mobilitiamo fino a 750 miliardi di risorse garantite della Stato”, comprendendo nel conto anche i 350 annunciati il 16 marzo scorso.

Peccato che non si tratti di vera liquidità messa in campo dallo Stato (così come avvenuto in Germania) quanto di una garanzia pubblica, sostenuta dalla Sace, azienda di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti, che dovrebbe permettere alle banche private di concedere prestiti in maniera più agevole. Come già detto non si tratta di soldi erogati direttamente dallo Stato, quanto di un prestito garantito dallo stesso che però andrà, come tutti i finanziamenti, restituito. E visti gli scenari a cui stiamo andando incontro, fatti di imprese che chiudono e, soprattutto, di una depressione della domanda dovuta a molti fattori (disoccupazione in primis), saranno l’ennesimo cappio che le banche metteranno alla gola di migliaia di imprenditori che accederanno a questa possibilità. Insomma, una nazione indebitata con le banche e sotto il ricatto dei mercati internazionali. Dopo aver indebitato i lavoratori con l’anticipo bancario sulla CIGS, ora il governo pensa di far indebitare anche gli imprenditori. E, in tutto questo, l’Italia resta una nazione governata da inetti che la stanno spingendo sull’orlo del baratro. Come diceva quel tale: “Buoni a nulla ma capaci di tutto”.

Francesco Clun

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