Tokyo, 12 gen – Mettendo al primo posto sempre la presunzione d’innocenza, pochi analisti si arrischiano ad abbozzare una spiegazione e accolgono la ormai classica tesi del “whistleblower”. In effetti, l’informazione originale che ha permesso alla procura giapponese di procedere con l’arresto di Carlos Ghosn, capo storico dell’alleanza Renault-Nissan, sarebbe arrivata, secondo il comunicato stampa diffuso da Nissan qualche ora dopo l’interrogatorio, da una “indagine condotta in rete sulla base di una denuncia di un whistleblower, ossia di un informatore”. Un’informazione sufficiente a scatenare la macchina mediatica internazionale e a far condannare Ghosn dinanzi al tribunale della morale, mentre varie polemiche sul suo attaccamento ai soldi avevano già intaccato la sua reputazione.

Senza entrare nel merito di considerazioni che riguardano la colpevolezza o la non colpevolezza di colui che in Giappone è diventato un’autentica celebrità da quando, nel 1999, aveva messo in salvo Nissan, si possono tuttavia considerare due aspetti.

In primo luogo, come sostiene il giornale giapponese Asahi, l’informatore sarebbe un dirigente di Nissan, il quale avrebbe consegnato un dossier su Carlos Ghosn in cambio di una riduzione di pena su un’altra questione. Un sistema di delazione istituito dalla giustizia nipponica per qualche mese e che mira a lottare contro le condotte criminali dei colletti bianchi.

Rispetto alle accuse di frode fiscale, inoltre, si tratterebbe in realtà di somme non percepite dal dirigente francese. Per evitare polemiche sul suo stipendio, Ghosn avrebbe accumulato quasi 80 milioni di dollari dal riconoscimento del debito di Nissan e pianificato di attendere ad abbandonare la direzione esecutiva per recuperarli in seguito. Una manovra definita legale dai suoi difensori, ma che instilla dubbi tra i giuristi economici del Sol Levante. In ogni caso, è evidente la rapidità della condanna di Nissan, la quale non ha esitato a diffondere informazioni sul fatto che il proprio presidente sottovalutasse il proprio stipendio di fronte al fisco giapponese.

In effetti, la sera dell’arresto, il numero due del gruppo Hiroto Saikawa si diceva “nauseato e deluso” in una dichiarazione alla tv: “La lezione che possiamo trarre da queste ombre su Ghosn è che il potere non può essere concentrato nelle mani di un’unica persona”, ha aggiunto. Parole forti che il dirigente ha in parte riutilizzato in una lettera rivolta ai dipendenti qualche giorno dopo. Al di là della rapidità e dell’aggressività della condanna degli alti dirigenti di Nissan, sorprende l’annuncio di Saikawa del 19 novembre sulla futura estromissione del presidente: il numero due della società aveva annunciato infatti che il consiglio di amministrazione si sarebbe riunito per decidere del licenziamento ancor prima di questa riunione. Numerosi analisti hanno visto in questa vicenda una presa di potere da parte di Hiroto Saikawa. Secondo varie testate internazionali, Saikawa avrebbe “ucciso il padre” e occupato il posto che, segretamente, desiderava da anni.

Altri osservatori hanno invece visto in questa vicenda una manovra del gruppo giapponese, il quale avrebbe così tentato di riequilibrare i rapporti dell’alleanza con Renault. I giapponesi desideravano limitare il dominio del gruppo francese che detiene infatti il 43,3% di Nissan, essendo questa a sua volta la seconda azionista di Renault con il 15% del capitale subito dopo lo Stato francese, che ne possiede il 15,01%. Da quando la fusione ha fatto sì che diventassero il primo gruppo al mondo, Nissan ha venduto il doppio dei veicoli rispetto a Renault. In virtù degli accordi stipulati nel 1999, i giapponesi non hanno tuttavia alcun diritto di voto in sede di assemblea generale, mentre lo Stato francese possiede quasi il 20% dei voti, per mezzo della Legge Florange e della legge del doppio voto.

Quando ancora era il Ministro dell’economia, Emmanuel Macron era riuscito a imporre l’applicazione di questa legge riacquistando il 4,7% di azioni aggiuntive, in una sorta di “raid” finanziario. Prendendo alla sprovvista i dirigenti Renault, lo Stato francese aveva allora un notevole potere all’interno dell’assemblea generale. Una strategia che ha danneggiato fortemente Nissan, la quale accusava lo Stato francese di indebolire l’alleanza. Inoltre, il governo, e in particolare Emmanuel Macron, erano favorevoli a una fusione tra le due società e hanno rilasciato numerose dichiarazioni che imponevano a Carlos Ghosn di realizzarla.

Voci recenti sulla fusione realizzata da Ghosn – idea da sempre osteggiata da Nissan – potrebbero aver spinto la leadership di Nissan ad agire. Infatti, in linea con il governo giapponese e il suo ministero della Giustizia, che vedevano di cattivo occhio il coinvolgimento dello Stato francese nel capitale di una Nissan divenuta due volte più potente Renault, l’esecutivo di Nissan potrebbe aver messo il caso sotto i riflettori per ridistribuire le carte. Hiroto Saikawa non ha esitato a descrivere l’arresto di Carlos Ghosn come una “buona opportunità” per rinegoziare gli accordi. Secondo la stampa giapponese, l’obiettivo di Nissan è ridurre la partecipazione di Renault del 23%. Le discussioni sarebbero lunghe e accese. A margine del vertice del G20, Shinzo Abe ed Emmanuel Macron avrebbero trattato questo argomento e il primo ministro giapponese si è detto contrario a un “intervento dei due Stati” nella vicenda.

In generale, il caso di Carlos Ghosn non può non ricordare le offensive subite da Toyota nel 2010 e da Volkswagen nel 2015: la prima per le vicende relative ai controlli di qualità dei veicoli e la seconda per la storia degli imbrogli sui valori delle emissioni inquinanti. Le due società sono stato subissate sia dalla denigrazione dei media di tutto il mondo, sia da numerose sanzioni, volte soprattutto dagli Stati Uniti. Qui è il calendario a regalare una rivelazione: i due casi sono scoppiati poco tempo dopo che i due gruppi erano diventati i numeri uno al mondo dell’industria automobilistica.

Tra i produttori mondiali, anche l’alleanza Renault-Nissan era passata in testa e le relazioni di Renault con gli Stati Uniti sono complicate. Dopo il fallimento della società francese nel tentativo di penetrare il mercato americano, Carlos Ghosn poteva sentirsi relativamente libero sul piano internazionale. Il fatto di essere libera dalle costrizioni del mercato americano, ha anche concesso alla società la possibilità di rifiutare l’applicazione delle sanzioni contro l’Iran. L’ad aveva anche annunciato, nel giugno 2018, che la società sarebbe rimasta in Iran, facendo così fronte all’extraterritorialità del diritto americano.

La vicenda di Carlos Ghosn sembra essere rivelatrice di un rapporto di forza tra diversi attori su un mercato mondiale estremamente competitivo. Non si può perciò escludere con leggerezza le varie tesi che ipotizzano un tentativo di destabilizzazione. Troppo spesso accecati dal bisogno di pronunciare condanne morali, i media trattano queste vicende cercando di evitare qualsiasi analisi si possa facilmente definire come “complottista”. Tuttavia, con avvenimenti di questa portata, nessuna ipotesi può essere scartata aprioristicamente e si deve invece condurre un’analisi realista la quale indaghi sugli interessi di ciascun attore.

Giuseppe Gagliano

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