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Roma, 24 feb – La “Nuova Via della Seta, in questi anni, è stato il progetto geo-economico-politico più elogiato dai comunisti, dai progressisti e dai globalisti, quale motivo di crescita e prosperità. Quello che però non vi hanno detto è che in questa via fatata, priva di dazi e barriere, gli auspici di crescita e prosperità sono per la Cina e non per il nostro paese o per il nostro continente. Ma cosa è la “Nuova Via della Seta? Si tratta di un progetto politico-commerciale e infrastrutturale funzionale a permettere alle merci cinesi di raggiungere capillarmente ogni angolo dell’emisfero settentrionale, con l’esclusione degli Stati Uniti.

Via della Seta: strumento del globalismo cinese

Questa Nuova Via prevede due grandi direttrici, una terrestre che punta a raggiungere tutta l’Asia, incluso il Medio Oriente, e la parte più orientale dell’Europa geografica, utilizzando quasi esclusivamente corridoi ferroviari ad alta capacità per le merci, e un progetto di una linea passeggeri ad alta velocità. La seconda direttrice è marittima e prevede scali su tutte le coste asiatiche, nel corno d’Africa, in Egitto e nel Mediterraneo, in Grecia e in Italia. La Cina prevede di investire centinaia di miliardi di dollari in questo progetto e solo per la parte “politico-pubblicitaria” ha stanziato l’incredibile cifra di 40 miliardi di dollari, funzionale a organizzare eventi, conferenze e incontri con stampa e analisti strategici al fine di persuadere l’opinione pubblica europea della bontà del progetto in essere. E’ evidente che la “Nuova Via della Seta” non è altro che il nuovo strumento del globalismo Made in China che potrebbe ridurre l’Europa a continente completamente deindustrializzato, cliente obbligato delle fabbriche cinesi e, a lungo termine, condannato a entrare nell’area di influenza economica di Pechino.

I dazi come difesa

Da alcuni è stata addirittura paragonata al Piano Marshall americano, un’occasione per creare ricchezza e benessere. Ma l’idea cinese è quella di aprire canali commerciali a senso unico capaci di veicolare con la massima efficienza possibile tutti i beni che la grande fabbrica di Pechino costruisce a prezzi imbattibili, se confrontati con i costi della nostra manodopera e della nostra legislazione sul lavoro. In Cina non esistono sindacati, non esiste una normativa di sicurezza stringente come da noi, non esistono diritti diffusi per i lavoratori, non esiste una normativa ambientale paragonabile alla nostra. Questi elementi fanno sì che il prezzo della produzione cinese sia inarrivabile per le nostre imprese. L’unica difesa da questa attività ostile sono i dazi commerciali, finalizzati a bilanciare le pratiche scorrette messe in atto dal regime cinese.

I dazi commerciali, non importando la Cina dal nostro paese se non minimamente rispetto a quanto esportato, non inciderebbero in nessuna misura sulla nostra economia, la cui ripresa produttiva sarebbe invece stimolata dalla possibilità di confrontarsi su un mercato riequilibrato. Al contrario permettere ai cinesi una penetrazione senza barriere all’interno del nostro continente, offrendo i nostri porti come terminal per le spedizioni di Pechino, ci condannerà ad essere presto dei clienti senza potere. Una volta interrotta la catena produttiva dell’alluminio, dell’acciaio e della chimica non potremo fare altro che assoggettarci alle scelte della Cina in tema di quantità e di prezzi. Non disponendo più di un sistema produttivo completo e semiautonomo, saremo schiacciati dal volere dei cinesi così come oggi siamo schiacciati dal volere dei tedeschi in campo economico e dal volere dei francesi in campo politico.

Un cavallo di Troia pericoloso

E la tragedia del virus cinese ha dimostrato al mondo cosa significa essere dipendenti dalla Cina e dalla sua iniquità in termini di bilanciamento nei rapporti economici (che sarebbero poi col tempo, divenuti anche politici): crisi economica, povertà, impossibilità di reperire pezzi industriali, e collasso del settore turistico. La “Nuova Via della Seta” rischia insomma di essere un moderno cavallo di Troia che potrebbe schiacciare la base stessa del nostro tessuto economico-produttivo, per non parlare di quello che resta della nostra residuale indipendenza politica.

Emanuele Fusi

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