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Roma, 11 set – Sono diciannove gli anni trascorsi dall’evento che l’11 settembre 2001 ha segnato, in tutti i sensi possibili, la storia contemporanea. Nei ricordi di quel giorno è impossibile non pensare alle immagini dei terroristi di Al-Qaida che scorrevano nei telegiornali ed alle tuonanti parole di reazione.

11 settembre: uno spartiacque della storia

L’attacco, guardando i fatti nello specifico, fu mirato all’importante fulcro economico rappresentato dal World trade center. L’emblema del crollo delle torri, di un attacco al cuore dell’orgoglio statunitense hanno dipinto il quadro surreale della nuova epoca del terrore. La potenza egemone per eccellenza colpita al suo interno da un vento terroristico orientale. Il fatto, per tanto tempo, è stato considerato come lo spartiacque storico-economico-politico di tutto l’occidente. Fu forse come una sorta di sfero empedoclideo dal quale presero origine il bisogno di riaffermazione americana, in tutto il globo, ed un sentimento diffuso di apertura verso un nuovo equilibrio.

Il crollo dell’unipolarismo

La minaccia terroristica, sotto qualunque insegna, è un male comune con cui diverse nazioni si confrontano. Tuttavia, nel caso specifico Usa, il terrorismo proveniente da oriente ha dato il via alle tensioni  generalizzate verso l’emisfero opposto. Da quel giorno si assistette al crollo, metaforizzando la caduta delle torri, dell’unipolarismo statunitense, provocato dall’ascesa della Cina in Asia nonché sul mercato globale, da una progressiva diminuzione dell’influenza statunitense in America Latina e dall’affermarsi di Putin, emblema della ripresa russa.

Non molto tempo fa, il presidente Trump rincarava la dose di scontro con Pechino , definendo le sue politiche come “il peggior attacco di sempre contro gli Stati Uniti, peggio di Pearl Harbor e dell’11 settembre”. Il discorso verteva sulle responsabilità cinesi in relazione alla pandemia da coronavirus, ma era anche il preludio del vertice della tensione intensificatosi con la chiusura del consolato cinese a Houston. Il rischio che la crisi raggiunga livelli preoccupanti non è da escludere. Nel frattempo il gigante dagli occhi a mandorla continua la sua scalata economica. La strategia di Xi Jinping è stata fin ora costellata da una fitta rete di interessi internazionali come la risoluzione di Taiwan e perfino l’inserimento di hacker nei sistemi d’industria Usa.

Se quindi l’ex ministro Tremonti dichiarava a maggio che “bisogna che Stati Uniti e Cina giungano ad un accordo per definire un nuovo equilibrio da un punto di vista economico”, l’11 settembre dovrà considerarsi il giorno della riflessione: dove tutto è iniziato, oggi continua con uno scenario diverso. Un contesto segnato dalla grave crisi – economica, politica, di spinta verso il futuro – in cui si stanno imbattendo gli Stati Uniti e l’intero Occidente. I crolli dei mercati, i difetti politici di Obama, la debolezza del sistema politico europeo sono legati da un fitta trama che non è possibile gestire puntando su ulteriori scontri. Se è vero che Pechino guarda con attenzione alla campagna statunitense, è altresì vero guardare con occhi attenti la nuova virtuale cortina di ferro che si sta alzando.

Rosario Lanzafame

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