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Papa francesco ArmeniaRoma, 14 lug – Il Papa sta visitando il Caucaso in questi mesi del 2016. Una prima visita ha toccato l’Armenia, dal 24 al 26 giugno, mentre si recherà in Georgia e Azerbaigian  dal 30 settembre al 2 ottobre. Ed è’ infatti proprio degli ultimi giorni la divulgazione del dettaglio del programma. Ma la visita del Sommo Pontefice nella cristiana Armenia potrebbe però da subito gettare una luce diversa sul viaggio ecumenico del papa che oltre a visitare le comunità cristiane locali, l’antica chiesa armena, dovrebbe forse esprimersi sulle spiacevoli vicende di escalation di tensioni interne al paese. Alla vigilia dello sbarco di Francesco in Armenia sono infatti iniziate delle proteste di attivisti per i diritti umani, che sono proseguite durante tutta la visita del papa. Al centro della vicenda l’appello del comitato per i prigionieri politici in Armenia, con sede in Francia, che si è rivolto a papa Francesco chiedendo di aderire alla petizione per la liberazione di Zhirayr Sefilyan, personaggio centrale delle tragiche vicende legate al conflitto del Nagorno Karabak. Zhirayr è considerato da molti, in Armenia, un eroe nazionale. Già decorato con la croce del combattimento di prima classe per meriti di guerra è oggi promotore del “new armenian front“, il gruppo politico che denuncia da tempo il presidente Serzh Sarkisian per i suoi modi definiti anti democratici e per la vasta corruzione che investe l’apparato politico armeno. Il comitato ha esortato il papa a non restare indifferente di fronte al problema degli arresti degli oppositori al presidente e di discuterne con la leadership armena per ottenere una mediazione nei confronti dei detenuti. Zhirayr Sefilyan era stato arrestato il 20 giugno con l’accusa di voler organizzare con altri un assalto ad alcuni palazzi di importanza statale nello scorso aprile e di detenere armi e munizionamento vario. Per questo Selifyan è stato trasferito in un penitenziario dopo che la corte ha stabilito l’arresto come misura restrittiva nei suoi confronti, che pero’ gli attivisti sostengono basato su una falsa accusa per eliminare una voce scomoda nel panorama politico armeno. Sefilyan non ha mai risparmiato critiche aspre alla giunta definendola autoritaria e criminale ed evidenziando le crepe del suo insuccesso politico che porterebbe all’impoverimento del popolo armeno, alla perdita di reputazione internazionale, al fallimento militare nello scontro con l’esercito dell’Azerbaigian nello scorso aprile, al collasso dell’economica e alla totale dipendenza dell’Armenia da un altro stato, la Russia, che ad oggi ne controlla e protegge i confini.

Altra ragione di protesta è il referendum “antidemocratico” del 2015 che ha permesso al presidente, Serzh Sarkisian, di mantenere il suo controllo del potere auto- attribuendosi tempi più lunghi per il suo secondo mandato presidenziale che ora andrà a concludersi nel 2018. Il referendum si è svolto con gravi brogli, così come è stato dichiarato dagli osservatori dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. La lista dei prigionieri politici in Armenia è composta da 14 nomi per i quali i comitati per i diritti umani si battono a gran voce. Si tratterebbe di Voloda Avetisyan, Shant Arutunyan, Alek Pogosyan, Avetis Avetisyan, Liparit Petrosyan, Vardan Vardanyan, Vage Mkrtichyan, Albert Margaryan, Sevak Mnachakanyan, Ayk Arutunyan, Mkrtich Ovannisyan, Ayk Kuregyan, Gevork Safaryan, e appunto Zhirayr Sefilyan. Per questi attivisti reclusi si era pensato, in occasione della visita del Papa, di organizzare un flash-mob di iniziativa civica ma secondo la dichiarazione rilasciata dal gruppo di opposizione radicale “armenia’s founding parliament“, la polizia ha massicciamente violato il diritto di libertà e movimento di centinaia di persone inficiando la protesta. “Le azioni della polizia sono apparentemente illegali e violano i fondamentali diritti umani e la libertà” si legge dalla dichiarazione del gruppo che dichiara che tra i nuovi arrestati vi sarebbero: Shahen Harutyunyan, Gagik Yeghiazartyan, Ramik Manukyan, Tigran Manukyan, Vahram Petrosyan, Paylak Tevanyan, il giornalista Tigran Mazmanyan , Tigran Kirishchyan, Elmon Yeghnukyan, Mikayel Nazaryan, Sergey Kyureghyan, Nerses Gevorgyan, Sevak Manukyan and Hovhannes Ghazaryan. Anche il famoso scrittore armeno Gaspari che aveva ricevuto udienza dal pontefice e che avrebbe dovuto consegnare una nota al papa è stato bloccato quando la polizia ha voluto ispezionare il testo.

Da sottolineare che, all’inizio di quest’anno, il Comitato Direttivo del Forum della Società Civile del Partenariato Orientale ha espresso la sua preoccupazione per il crescente numero di violazioni dei diritti umani di attivisti civili e politici da parte delle autorità armene. “Dall’inizio del 2016, le autorità armene hanno inasprito la repressione contro gli oppositori politici e arrestando un altro attivista hanno aumentato il numero dei prigionieri politici a 13. La situazione è aggravata attraverso l’uso da parte delle autorità di strumenti palesi di pressione contro i prigionieri politici che sono attualmente in carcere. Gli attacchi e le minacce contro i giovani oppositori, attivisti civili e difensori dei diritti umani sono diventati più frequenti “, dice un comunicato stampa del 1 febbraio scorso del Forum della Societa’ Civile del Partenariato Orientale.

In questo ambito di gravi restrizioni e violazioni di diritti umani, di cui i media raramente parlano, si colloca la notizia di questi giorni della chiusura dell’ultimo mezzo di comunicazione dell’opposizione in Armenia, che forniva informazioni trasparenti, il portale “Prima informazione”  (http://www.1in.am/). Esso era attivo dal 2010, e aveva cercato di rappresentare il primo e imparziale mezzo di informazione armeno. E’ stato il portale stesso, con un comunicato, a dichiarare la cessazione delle attività. D’altra parte questo episodio si colloca in un contesto di gravi problemi con la libertà di stampa in Armenia.  Ricordiamo che il 23 giugno 2015, giornalisti provenienti da vari media sarebbero stati aggrediti, maltrattati, verbalmente aggrediti e arrestati dalla polizia mentre seguivano una manifestazione pubblica a Yerevan. Inoltre ci sono stati una serie di casi di giornalisti ostacolati nello svolgimento delle loro funzioni mentre si occupavano, il 6 dicembre scorso, del referendum sulle riforme costituzionali in Armenia. In entrambi i casi la Rappresentante OSCE per la libertà dei media Dunja Mijatović ha espresso preoccupazione per i casi di ostruzione e di minacce nei confronti di giornalisti e ha evidenziato come la sicurezza dei giornalisti deve essere garantita in ogni momento.

Alberto Palladino

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