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libiaRoma, 3 ago – Gli Stati Uniti continuano a bombardare le postazioni dell‘Isis a Sirte e, secondo quanto dichiarato all’Ansa dal generale Mohamed al Ghasri, portavoce delle milizie che partecipano all’operazione militare per la liberazione della città, nei bombardamenti sarebbero stati distrutti “un blindato e due depositi di armi”. Un intervento, quello statunitense, richiesto ufficialmente a gran voce dal premier libico designato (in primis da Washington) Fayyed al Farraj. D’altronde gli ufficiali delle milizie di Misurata, che agiscono anche per conto di Farraj stesso, sostenevano che avrebbero sconfitto l’Isis a Sirte in “due giorni”. Peccato che invece da giugno, quando sono iniziati i combattimenti, le milizie filogovernative sono ancora impantanate nella roccaforte jihadista. E per filogovernative si intende filo-Farraj, visto che la Libia ha più governi che interlocutori credibili oramai. Il motivo dell’intervento americano alla fine è facilmente desumibile da questa situazione caotica e sempre più frammentata, con il generale Khalifa Haftar che fino a ieri sembrava avanzare a Bengasi lentamente ma senza grossi problemi, restando al contempo stanziato a Tobruk con un governo che non riconosce l’altro imposto di Farraj.

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Proprio ieri invece un attentato suicida, rivendicato dal Consiglio della Shura (un’unione di compagini islamiste vicine ad Ansar al Sharia), ha colpito le forze del generale ex fedelissimo di Gheddafi, poi rifugiatosi con la protezione della Cia nei pressi della Casa Bianca e rispedito in Libia dagli americani. Il bilancio dell’attentato di ieri è di decine di morti tra cui almeno 28 soldati fedeli ad Haftar. E proprio a Bengasi due settimane fa è stato abbattuto dalle forze jihadiste che combattono contro Haftar un elicottero francese, provocando la morte di tre sottoufficiali transalpini. Episodio che ha fatto venire alla luce tra l’altro quello che si sapeva da tempo, ma che il governo di Parigi non sbandierava volutamente: la Francia appoggia militarmente Tobruk. In pratica adesso in Libia ci sono due governi che ricevono il sostegno delle forze armate occidentali: da una parte quello di Farraj stanziato a Tripoli e che punta a sconfiggere “rapidamente” l’Isis a Sirte, dall’altra quello di Haftar arroccato a Tobruk che cerca di scacciare le milizie islamiste a Bengasi. Entrambi dichiarano di combattere l’Isis, ancora non sconfitto, e le svariate milizie jihadiste che agiscono contro tutti un po’ ovunque. Nessuno sembra però riuscire ad affermarsi come vincitore.

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E in questo ginepraio l‘Italia cosa fa? Francamente non sembra saperlo neppure il ministro Gentiloni, che prima pareva intenzionato a intervenire in Libia direttamente, poi, tergiversando alla meno peggio, si è messo a disposizione degli alleati internazionali. Stamani a Uno Mattina, ha rimarcato la posizione attendista italiana: “valuteremo se ci saranno richieste, naturalmente se prenderemo decisioni ne informeremo il Parlamento”. Così ha risposto alla domanda sull’ipotesi dell’uso della base di Sigonella per facilitare i raid Usa. “La cosa che gli italiani devono sapere – ha aggiunto poi Gentiloni – è che si tratta di interventi mirati contro le posizioni di Daesh attorno a Sirte, città costiera diventata la roccaforte di Daesh in Libia”. In pratica dobbiamo sapere che se ce lo chiede Washington non ci tireremo indietro. Una grande novità, fa quasi dimenticare che Sigonella è un aeroporto italiano che ospita la Naval Air Station statunitense. Ed è passata alla storia per un governo che osò avere il coraggio di far puntare i fucili italiani contro gli americani. Nessun deja vu, solo un flashback della sovranità che abbiamo perduto.

Eugenio Palazzini

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1 commento

  1. Italia, ma specialmente Giappone e Germania sono ancora totalmente occupate.Non abbiamo giurisdizione sulle base americane, nessun tipo di controllo, non possiamo sapere cosa fanno. Una farsa continua.
    Gentiloni poi non sa nemmeno puntare sulla cartina dove si trova la Libia.L’incompetenza agli alti livelli è qualcosa di necessario per continuare l’occupazione, nonché una tradizione del tutto italiana che vanta incompetenti traditori in tutti i settori civili e militari.

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