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La prima vittoria di Trump: lo schiaffo a mano aperta al politicamente corretto

by La Redazione
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trump-politicamente-correttoWashington, 14 nov – La vittoria inaspettata di Donald Trump è l’esempio lampante di come sia impossibile sfuggire alla propria nemesi storica, per quanto a lungo si tenti di ignorare la conseguenza delle proprie azioni. La sinistra occidentale, che da socialista è oramai schiettamente radicale, ovvero liberale, da decenni ha soppiantato la “questione sociale” (a cui comunque non aveva mai saputo dare risposte decenti) con la “questione morale”, che al lato pratico si configura come una sorta di psicopolizia orwelliana in servizio permanente effettivo. La manifestazione più schiettamente efficiente di questa tendenza storica è data dal “politicamente corretto”, che nei fatti rappresenta un codice linguistico necessario per l’esposizione pubblica delle proprie idee, a livello tanto mediatico quanto accademico e persino lavorativo. In Francia, Usa e Regno Unito l’effetto dirompente di questa nuova forma di inquisizione è stato quello che i francesi chiamano comunitarismo, ovvero la disgregazione della società in una miriade di comunità legate da surrogati identitari e rivendicazioni egotistiche: neri, islamici, omosessuali, femministe e chi più ne ha più ne metta.

Questa volta sono stati i bianchi americani a votare in massa Trump seguendo il proprio istinto identitario, e la cosa non è difficile da capire. Recentemente, due economisti di Princeton hanno dimostrato una spaventosa tendenza all’aumento della mortalità fra i bianchi della working class americana, non legato oltretutto alle cause maggioritarie di morte in America come le cardiopatie o comunque patologie legate all’orrenda alimentazione ipercalorica del white trash d’Oltreatlantico. Si tratta di suicidio ed abuso di alcool e droghe. In altre parole, i bianchi americani soffrono di depressione di massa in quanto si sentono abbandonati e colpevolizzati praticamente per qualunque questione pubblicamente dibattuta. La conosciamo anche in Italia questa retorica, veicolata in modo indifferente da progressisti e clericali, alla faccia delle apparenti contrapposizioni ideologiche: il maschio bianco eterosessuale è il grande Satana che deve espiare eternamente colpe fittizie attraverso l’annichilimento individuale e comunitario, ad esempio accogliendo l’immigrazione di massa senza alcun limite. È un meccanismo politico estremamente efficace, in quanto fa leva su un istinto radicato da millenni di egemonia cristiana, ovvero il senso di colpa. Se sfruttato adeguatamente, il senso di colpa è uno strumento formidabile in mano alle élite per sterilizzare il dissenso, veicolato ovviamente dai partiti progressisti che per definizione si prestano maggiormente a fare da cane da guardia del potere. Anziché proporsi all’elettorato con una qualsivoglia proposta politica concreta, il politico progressista ne rinfocola il senso di colpa latente, instillatogli con il latte materno fin dalla più tenera età. Il grande Machiavelli già ai suoi tempi non criticava la corruzione della Chiesa come un Odifreddi qualsiasi, ma la dottrina stessa del Discorso della Montagna. Il cristianesimo, infatti, “ha effeminato il mondo e l’ha dato in preda ai malvagi, perché ha reso gli uomini più pronti a sopportare le offese per guadagnarsi il paradiso, che a vendicarle”. Tutti bravi fedeli, anche e soprattutto se laici, pronti ad accogliere tutti, a perdonare tutti, a sopportare tutto.

Che questa visione del mondo allucinata sia graditissima a chi comanda è ovvio, meno ovvio è la comprensione della mentalità di chi la propugna laicamente, il progressista sociopatico. Apparentemente, non è un fenomeno nuovo se anche un grandissimo eretico della statura di Rousseau ne stigmatizzava la figura. Nell’Emilio infatti leggiamo: “diffidate di quei cosmopoliti che vanno a cercarsi remoti doveri sulle pagine dei libri e non si degnano di compierne intorno a loro. Vi sono filosofi che amano i tartari per essere dispensati dall’amare i propri vicini”. Sembrano scritte oggi, le parole del ginevrino, e si adatterebbero perfettamente all’editorialista medio di Repubblica o ai vari Travaglio, Rossanda, Daverio, Saviano, ecc… Che ci sia del vero nella scoperta della latente sociopatia dei progressisti? Probabilmente sì, ma anche questa spiegazione è abbastanza tronca: spiega gli effetti, ma non parla delle cause.

Ovviamente non abbiamo una risposta precisa e definitiva, ma ci chiediamo se non sia inevitabile, nella mente di chi concepisce la storia come un progressivo miglioramento verso l’indifferenziazione universale, il disprezzo verso il prossimo, in quanto questo prossimo, molto banalmente, non è intenzionato a suicidarsi? Farebbe ridere, se non ci fosse viceversa da piangere, l’eterogenesi dei fini che porta queste signorine (maschi e femmine non conta, la virilità è stata bandita) a stigmatizzare la xenofobia dei propri connazionali favorendo così l’afflusso di gente che li disprezza ferocemente, soprattutto se donne. I fatti di Colonia del capodanno scorso rimangono come indelebile monito per tutte le belle anime della sinistra che “ama i Tartari”: non la pace universale, ma il tribalismo violento di conquista delle orde di maschi africani, arabi ed asiatici che considerano lo stupro come una stretta di mano fantasiosa.

Come sempre Machiavelli aveva ragione: il mondo ai malvagi per la passività delle masse, rimbecillite dalla propaganda dei buoni. Forse negli Usa qualcosa si è inceppato, staremo a vedere con interesse e non nascondiamo la nostra simpatia quantomeno umana per un uomo che ha riportato in politica il linguaggio che normalmente usiamo con i nostri amici ma di cui per qualche motivo dobbiamo vergognarci in pubblico. Buon lavoro presidente Trump.

Matteo Rovatti

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1 commento

Bombardiere 18 Novembre 2016 - 10:12

Stai imparando a scrivere, Rovatti. Bene, l’articolo è buono. Però all’inizio hai scritto “schiettamente” due volte in sole tre righe, e questo non va bene. Va’, per stavolta ti perdono.

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