Roma, 9 ott – Nulla di fatto da Lussemburgo: il patto maltese non diventa un accordo, e dal vertice a cui hanno partecipato i ministri dell’Interno dei 28 Stati Ue e che ha avuto come tema l’immigrazione e la redistribuzione degli immigrati si è capito solo una cosa: il prezzo da pagare per l’Italia potrebbe essere molto alto, più del previsto. A conti fatti, siamo uno dei Paesi europei con il minor numero di sbarchi. La prima in classifica è la Grecia con 11.500 arrivi in settembre, seguita da Cipro e Spagna, che si dicono impossibilitati a prendere parte ai meccanismi di ricollocamento previsti dal patto a quattro siglato a La Valletta da Italia, Malta, Germania e Lussemburgo. Ed è per questo che i Paesi nella pole position dei più piagati dagli sbarchi hanno chiesto che l’accordo venga esteso alla rotta del Mediterraneo orientale. Ma in questo modo, Italia e Malta si assicurerebbero sì il ricollocamento dei migranti arrivati sulle loro coste, salvo poi essere a loro volta obbligati ad accogliere quelli arrivati da Est. Un cane che si morde la coda.

Tante chiacchiere, nessun accordo

Nel frattempo i Paesi di Visegrad chiudono nettamente all’accordo, e alcuni – come Lussemburgo, Portogallo, Irlanda e Finlandia – danno adesioni solo ufficiose, volatili. Tutto fumoso, mentre il ministro dell’Interno Lamorghese dichiara con prudenza «Non do numeri», perché non ne ha, «quella di oggi è stata la presentazione del progetto che abbiamo messo a punto a Malta. Alcuni Paesi avevano già dato la loro disponibilità, altri hanno espresso parere positivo in linea generale. Siamo fiduciosi…» e spiega che embrionalmente «c’è già», in qualche modo, «l’attuazione dell’intesa», visto che «i migranti sbarcati dalle navi delle Ong vengono ripartiti». La speranza, è «di chiudere tra novembre e dicembre».

Il ministro lussemburghese Jean Asselborn ribadisce tiepidamente la partecipazione: «Sono contento del cambiamento in Italia, questo è molto positivo, e non si può lasciare l’Italia esposta», mentre Horst Seehofer (Germania) ha accennato a «cinque-sei Paesi che hanno dimostrato simpatia per il piano, ma aspettano di conoscere più dettagli, tra questi Romania, Croazia, Estonia», avvertendo però che i tedeschi sono pronti a sganciarsi nel caso vi fosse  «un servizio taxi tra l’Italia e la Libia», o se i numeri di sbarchi iniziassero improvvisamente a lievitare. «Se dunque da centinaia come oggi per caso diventano migliaia, allora io domani posso dichiarare terminato il meccanismo di emergenza. E lo farei pure», conclude.

Cristina Gauri

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