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Roma, 5 lug – Un altro Vietnam per gli Stati Uniti. Veloce e inesorabile, procede così l’avanzata dei talebani in Afghanistan, senza che nessuno in apparenza sia in grado di arrestarla. In molti casi, a dirla tutta, neppure ci provano le truppe di Kabul. Si ritirano prima, scappano evitando lo scontro a fuoco. Inferiorità numerica, bellica e strategica che evitano di testare sul campo. Un preoccupante ritorno del gruppo fondamentalista anche nelle aree da cui era stato cacciato. L’involontario passaggio di testimone, ovvero malgrado la volontà della controparte afgana, è dunque rapido. A differenza della faticosa reconquista avvenuta in precedenza, possibile soltanto grazie al sostegno Usa e più in generale occidentale.



Il ritiro Usa e i “calcoli sbagliati”

Da quando Joe Biden ha confermato il ritiro dei soldati americani, posticipando il definitivo rimpatrio al prossimo 11 settembre – simbolico day, perché il completamento del rimpatrio è atteso entro fine agosto – la situazione in Afghanistan è precipitata. E dire che Donald Trump lo aveva previsto addirittura per lo scorso maggio. Calcoli del tutto errati, oppure gli Stati Uniti erano ben consci dell’inevitabile avanzata talebana? Forse entrambe le cose, perché le trattative con i capi fondamentalisti – mediate dal Qatar – vanno avanti da anni.  E’ possibile che Washington non si aspettasse il ritorno “in grande stile” dei talebani in tempi così rapidi, ma non era in grado di prolungare la permanenza del proprio esercito in Afghanistan. Così, dopo 20 anni, ha lasciato campo libero a chi prometteva di estirpare dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

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Afghanistan, un altro Vietnam

Per gli Stati Uniti è dunque un altro Vietnam, meno repentino ma altrettanto schiacciante. L’ennesima dimostrazione che è impossibile occupare all’infinito una terra che non ti vuole, che ti rifiuta perché ti vede come agente esogeno destabilizzante. E mentre gli Usa ritirano i soldati assistono alla caduta, una dopo l’altra, di ampie zone chiave per la tenuta stessa del governo di Kabul. Nelle ultime 24 ore almeno 14 distretti sono stati occupati dai talebani. Undici di questi, stando a quanto riportato dal sito afgano in lingua inglese Tolo News, si trovano nel nord-est, gli altri tre nell’est e nel sud.

Tra le aree conquistate dai fondamentalisti c’è pure quella chiave di Panjwai, particolarmente strategica perché vicinissima a Kandahar, seconda città dell’Afghanistan. Kandahar, cuore identitario del Paese, fondata – si dice – da Alessandro Magno dopo la conquista dell’antica Arachosia nel 320 a.C. Il leader del Consiglio provinciale locale, Sayed Jan Khakriwal, ha confermato la caduta del distretto di Panjwai, accusando le forze armate di Kabul di “ritiro intenzionale”. Al momento i talebani controllano un’importante fetta di territorio. A loro dire oltre 100 distretti sui 400 totali del Paese. Cifra contestata dalle autorità afgane, ma resta il fatto che il governo centrale sta perdendo il controllo del territorio. E ora Kabul teme l’effetto Saigon.

Eugenio Palazzini

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