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Roma, 14 ago – Un “accordo di pace storico, per la piena normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi”. Così un raggiante Donald Trump, come di consueto via Twitter, ha annunciato nella serata di ieri l’intesa raggiunta tra Israele ed Emirati Arabi Uniti. Il presidente Usa ha senz’altro colto tutti di sorpresa, almeno per quanto riguarda le tempistiche di un accordo formale non improbabile ma neppure ampiamente previsto. Così la piccola monarchia assoluta del Golfo Persico è adesso la terza nazione araba a intrattenere ufficiali relazioni diplomatiche con Tel Aviv in seguito ai precedenti accordi di pace raggiunti da Israele con Egitto e Giordania.

L’esultanza di Trump e Netanyahu

Al cinguettio di Trump hanno fatto eco le dichiarazioni del suo amico Benjamin Netanyahu che a sua volta ha festeggiato una “giornata storica”. Ma il premier israeliano ha precisato subito, giusto per mettere le mani avanti ed evitare che si propagassero scomode (per lui) voci, che la prevista annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania “non è stata cancellata ma solo rinviata”. Mentre il presidente Usa ha poi aggiunto che l’accordo è pure “un passo audace”, che verrà formalizzato con “la firma” che “si terrà nelle prossime settimane con una cerimonia alla Casa Bianca”. Per poi annunciare, con il solito tono roboante e un tantino ottimistico, che se dovesse essere “rieletto” raggiungerà anche “un accordo con l’Iran”. E lo centrerà “entro trenta giorni”.

Un punto per Trump

Fin qui, in sintesi, la mera cronaca. Chiaro però che una svolta diplomatica di questo tipo significa molte cose ed è destinata a generare una serie di reazioni a catena. E’ lampante innanzitutto , anche ai più ingenui, che la longa manus del governo americano sia stata decisiva per il raggiungimento dell’accordo. Ed è altrettanto evidente che Trump non abbia fatto nulla per nasconderla, perché il suo ruolo di efficace mediatore gli consente di portare a casa nell’immediato un prezioso punto in piena campagna elettorale per le presidenziali. Proprio nel periodo del suo mandato di minor consenso interno, il leader della Casa Bianca batte un colpo sul piano internazionale e tenta di apparire un ottimo moderatore tra le parti, facendo tornare in auge d’un tratto l’America First. Di per sé, dunque, potremmo limitarci a riportare l’obiettivo centrato da Trump.

Un accordo destabilizzante

E’ però necessario porsi due interrogativi, conseguenti a qualunque accordo internazionale (bilaterale o multilaterale che sia): cui prodest e cosa accadrà adesso? La prima domanda chiama una semplice risposta: a Israele, agli Stati Uniti e momentaneamente anche agli Emirati Arabi Uniti. Ovvero ai tre protagonisti. La seconda, come al solito in certi casi, ci obbliga a una risposta più complessa. Da un lato perché qualunque previsione può rivelarsi sbagliata, dall’altro perché ora si apriranno scenari imprevedibili che rischiano di innescare una bomba a orologeria che potrebbe destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente. Considerato il sin troppo chiaro schiaffo ai palestinesi e a buona parte del mondo arabo, non tanto per l’intesa raggiunta quanto per il modo in cui è stata raggiunta (gli Stati Uniti che hanno agito in solitaria).

Prova ne sono le reazioni infuocate che non sono tardate ad arrivare. Hamas e la Jihad islamica hanno parlato esplicitamente di “un’iniziativa che danneggia la causa palesinese” nonché “una pugnalata infida e velenosa alle spalle della nazione”. E l’Autorità nazionale palestinese, in una nota, ha definito l’accordo “un passo per far saltare in aria l’iniziativa per la pace araba e le decisioni dei vertici arabi e islamici, e la legittimità internazionale, come un’aggressione contro il popolo palestinese, e per trascurare i diritti e i luoghi sacri palestinesi, in particolare Gerusalemme e lo Stato palestinese indipendente ai confini del 4 giugno 1967″.

Altro che pace con l’Iran

Ma è in generale dalla gran parte del mondo islamico che stanno arrivando bocciature senza mezzi termini. A partire proprio dall’Iran con cui Trump vorrebbe presto siglare un accordo. “Il popolo oppresso della Palestina e tutti i popoli liberi del mondo, non accetteranno mai la normalizzazione delle relazioni con un regime usurpatore e criminale e la complicità con le sue malefatte”, si legge nel comunicato del ministero degli Esteri iraniano. E tanto per capire che aria tira anche sul campo, nella notte l’aviazione israeliana ha compiuto una serie di raid sulla Striscia di Gaza. Più che uno storico accordo per la pace mediorientale, quello siglato ieri sta generando insomma dichiarazioni di guerra incrociate. Ammesso che restino mere dichiarazioni.

Eugenio Palazzini

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