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Gerusalemme, 14 mag – Cinquantun anni dopo l’occupazione militare di Gerusalemme Est da parte di Israele, gli Stati Uniti hanno trasferito la loro ambasciata da Tel Aviv alla Città Santa. Sono il primo Paese ad aver compiuto questa mossa, che segna indissolubilmente la fine di ogni processo di pace tra israeliani e palestinesi.
La situazione è ancora calma, al momento non si registrano i temutissimi scontri a Gerusalemme da parte degli arabi. Forse perché la rassegnazione regna sovrana. O forse perché si sta preparando una contromossa più violenta, con la chiamata a una nuova Intifada. Nei prossimi giorni, con le celebrazioni per commemorare la “Nakba”, la “catastrofe” per i palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948, probabilmente verranno delineati con maggiore precisione i prossimi passi dei palestinesi. Al momento non resta che stare a guardare.
Alle 16 ora di Gerusalemme, le 15 in Italia, l’inizio della cerimonia. Presenti anche la figlia di Trump, Ivanka, e il di lei marito Jared Kushner, ebreo (come la moglie convertita) osservante, consigliere per il Medio Oriente del suocero, e rampollo di una famiglia che figura tra i maggiori finanziatori delle campagne elettorali del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
L’ambasciata al momento non esiste ancora fisicamente, i lavori di costruzione richiedono anni. Ma i tempi stringevano, soprattutto dopo che lo scorso mese di dicembre il presidente americano ha dato al mondo l’annuncio del trasferimento. Per questo verrà ospitata negli uffici del nuovo consolato americano, nel quartiere residenziale di Arnona, parzialmente situato all’interno della cosiddetta “Terra di nessuno” che costituiva il confine tra Israele e Giordania prima del 1967. Lì, a poca distanza, c’è il check point che porta a Betlemme, Cisgiordania, territori palestinesi.
Quel che conta, a questo punto, è l’alto valore simbolico del trasferimento più che l’edificio in sé. E infatti già dalla prossima settimana saranno pochi gli uffici che verranno trasferiti. Si sposterà l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, David Friedman, che fin dal suo insediamento aveva fatto presente che lui avrebbe lavorato da Gerusalemme. Il grosso dei lavori si continuerà a farlo nella capitale internazionalmente riconosciuta di Israele, Tel Aviv.
Un precedente importante, per la politica israeliana in Medio Oriente che vede Gerusalemme città unica e indivisibile. Il prossimo passo, c’è da scommettere, sarà mettere le mani sulla Spianata delle Moschee, con la costruzione del Terzo Tempio.
Anna Pedri



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