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Roma, 14 – L’epidemia di coronavirus che ha ucciso quasi 1500 persone, lasciando la Cina di fronte a una crisi delle stessa portata di Chernobyl, secondo Dali Yang, politologo dell’Università di Chicago. A livello globale i contagiati sono quasi 70 mila, e casi sono stati confermati in 25 paesi e territori, compresi gli Stati Uniti. Mercoledì scorso, la Cina ha avuto il giorno più pesante nella contabilità dei morti del nuovo focolaio di coronavirus, che ha portato la città di Shiyan ad adottare “misure in tempo di guerra“, tra cui il divieto per i residenti di lasciare le loro. La città di Wuhan è nel frattempo ancora bloccata mentre le autorità tentano di controllare la diffusione del virus.

In un’intervista al quotidiano South China Morning Post, il professor Dali Yang, ha predetto che l’epidemia provocherà devastazioni simili a quelle lasciate a seguito del disastro della centrale nucleare di Chernobyl del 1986 in Ucraina. A quell’epoca, dopo l’esplosione di un reattore nucleare, milioni di persone in Bielorussia, Ucraina e Russia furono colpite dalla nube tossica. L’Organizzazione mondiale della sanità ha più volte affermato che quel  disastro ebbe un impatto sostanziale sull’intera umanità, modificando gli atteggiamenti delle nazioni nei confronti della sicurezza nucleare su scala globale.

Gli errori della Cina come quelli dell’Urss

Il prof. Yang afferma che l’epidemia di COVID-19 sarà una crisi di proporzioni di Chernobyl, soprattutto perché dovremo lottare con il virus per gli anni a venire. Coloro che hanno subito perdite, in particolare, faranno domande, su come è potuto accadere”. Riferendosi al presidente cinese Xi Jinping, ha proseguito: “Del fallimento nella prevenzione e nella diffusione sarà incolpato l’intero sistema politico, e in particolare quello di Xi Jinping“. Ed è vero. Vi sono somiglianze grandi e inquietanti tra la gestione del coronavirus da parte del Partito comunista cinese e la gestione del disastro nucleare di Chernobyl da parte dell’Unione Sovietica.

In entrambi i casi i regimi comunisti hanno atteso troppo a lungo per ammettere di avere un problema interno di proporzioni apocalittiche, coltivando l’illusione del controllo e della stabilità del governo davanti alla conservazione della vita umana. Questo atteggiamento comportò in Russia – e comporta oggi in Cina – una crescita (che sarebbe stata evitabile) dei rischi e del numero di decessi. In entrambi i casi la mancanza di trasparenza ha aumentato il rischio per tutto il mondo, e i governi si sono rifiutati di assumersi la responsabilità. In Unione Sovietica, la colpevolezza di funzionari di alto rango fu coperta dai capri espiatori di livello inferiore. Lo stesso sta accadendo in Cina, con il licenziamento di personale medico e politico in varie parti della Cina.

Abbiamo già acquisito approfondimenti molto significativi sulla gestione errata della crisi da parte della Cina. Le autorità di Wuhan hanno dapprima minimizzato la crisi dei loro cittadini, quindi hanno cancellato dal registro la propria sottovalutazione del problema. Sappiamo che quando il Dr. Li Wenliang della provincia di Wuhan ha avvertito che il coronavirus si stava diffondendo più rapidamente di quanto comunemente ammesso, è stato arrestato per “aver fatto commenti falsi su Internet”. Wenliang è morto questo mese dopo aver contratto il virus da un paziente.

Analogie tra Xi Jinping e Gorbaciov

Sappiamo che il governo centrale cinese è ora impegnato in uno sforzo onnicomprensivo per censurare i rapporti sulla natura, le dimensioni e l’inadeguatezza della sua risposta allo scoppio dell’epidemia. Sappiamo che – come Mikhail Gorbaciov – Xi Jinping si è fisicamente  allontanato dai riflettori della politica. Non ha ancora visitato Wuhan, preferendo dichiarare una “guerra popolare” contro il virus e impegnarsi in ridicoli frasi di circostanza, per assicurare i cittadini cinesi. Nel frattempo, i suoi funzionari mettono in scena la coreografia della polizia che sigilla intere famiglie all’interno delle loro case.

Ricordiamo che Gorbaciov in gran parte del suo discorso su Chernobyl accusò l’Occidente, invece di assumersi la responsabilità del disastro. L’Occidente, disse all’epoca, “aveva bisogno di un pretesto sfruttando il fatto che avrebbero cercato di diffamare l’Unione Sovietica, la sua politica estera, per ridurre l’impatto delle proposte sovietiche sulla conclusione dei test nucleari e sull’eliminazione delle armi nucleari, e al allo stesso tempo, per smorzare le crescenti critiche alla condotta degli Stati Uniti sulla scena internazionale e al suo corso militare.

Se si confronta questo discorso con gli incessanti editoriali che riempiono le pagine dei media statali cinesi, che attaccano l’Occidente e gli Usa di freddezza e distacco verso la Cina in questi giorni drammatici, non si può non percepire la stessa intenzione di Gorbaciov: deviare la colpa e distrarre dal persistente fallimento del Partito Comunista Cinese verso gli altri. Le somiglianze di Chernobyl con il coronavirus sono chiare: si tratta di due incidenti terribili, drammaticamente aggravati dalla grottesca e cattiva gestione politica del Partito-Stato, e ingigantiti da insipienza, imperizia e incapacità da parte degli esponenti dei massimi livelli dello Stato.

Possiamo quindi augurarci che il popolo cinese si sappia liberare dall’oppressione del partito comunista, così come fecero i Russi nel 1989. Almeno in tal senso, le vite umane spezzate dal virus, non saranno state vane.

Emanuele Fusi

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