Roma, 19 lug — Ogni giorno la gazzella si sveglia sapendo che da qualche parte, nel mondo, un attivista Lgbt si alzerà dal letto e troverà qualche nuova categoria umana o professionale da perseguitare secondo criteri antiscientifici e a cui applicare i propri deliri ideologici: questa volta il bersaglio è costituito dai poveri antropologi, i quali, secondo i furiosi psicolabili arcobalenati, dovrebbero astenersi dall’identificare come «maschio» o «femmina» i resti umani rinvenuti negli scavi archeologi.

Gli Lgbt ora perseguitano gli archeologi

Il motivo? Secondo gli Lgbt gli scienziati non possono stabilire con certezza se il tal individuo, le cui spoglie sono venute alla luce nel corso di una campagna di scavi, da vivo —cioè migliaia di anni fa — si identificasse come maschio, femmina, lupo alsaziano o bilancia pesapersone. Decretare, seguendo criteri antropologici, che le ossa di un uomo appartengono effettivamente a un uomo, sarebbe quindi potenzialmente transfobico. Che ne sanno gli antropologi, ad esempio, se il fiero Oetzi, la mummia del Similaun, si percepisse o meno come uomo?

Assegnare il sesso biologico? Una stron*ata

Ad aprire la diatriba è stata una studentessa canadese — in questi casi il Paese di provenienza costituisce un marchio di qualità — Emma Palladino, che su Twitter si lamenta di come gli archeologi assegnino alle ossa ritrovate «lo stesso sesso assegnato alla nascita». Cioè quello vero, per le persone normali. Da allora il tweet ha totalizzato oltre 10mila retweet e più di 59mila «Mi piace». In un tweet successivo, Palladino ha inoltre affermato: «Nessun campo scientifico è perfetto e c’è assolutamente molto lavoro da fare, ma nel complesso, gli archeologi al giorno d’oggi sono profondamente consapevoli di quanto siano culturalmente e spazialmente relativi i concetti di sesso, genere e identità», ha aggiunto, sottolineando come secondo lei «assegnare il sesso biologico ai resti umani antichi sia “una stronz*ta”, anche perché «la classificazione ‘maschio’ o ‘femmina’ è raramente l’obiettivo finale di qualsiasi scavo».

Ci sono anche le task force

La studente insiste poi sulla necessità di insegnare una maggiore empatia e sensibilità agli antropologi. Effettivamente le ossa dei morti tendono a offendersi facilmente. Palladino passa poi a rassicurare la comunità transgender: «Anche se qualche archeologo di m*rda del futuro vi mancherà di rispetto e sbaglierà a identificare le vostre ossa, voi rimarrete sempre voi stessi». La ragazza ha una carriera assicurata. Ma non è l’unica a sostenere questa linea di pensiero. Ora esiste un gruppo chiamato Trans Doe Task Force , che cerca di «capire come gli attuali standard di identificazione umana forense rendano un disservizio alle persone che non si adattano chiaramente al binarismo di genere». Esempio: nell’esaminare i possibili resti di cacciatrici in un antico sito in Perù, la Trans doe task force suggerisce che non esistono prove del fatto che una cacciatrice peruviana biologicamente femmina di 9mila anni si considerasse davvero femmina e afferma che il concetto di «maschio o femmina» era «imposto dai colonizzatori cristiani».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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