Erevan, 12 gen – Intorno alle 17:30 di ieri, martedì 11 gennaio, l’esercito azero è tornato ad attaccare le postazioni armene nella regione del Gegarkunik, nella parte orientale del confine tra Armenia e Azerbaigian. Ancora una volta i militari azeri hanno ingaggiato deliberatamente uno scontro a fuoco supportato dall’artiglieria e dai micidiali droni di provenienza israeliana. Il fronte armeno ha immediatamente risposto agli attacchi animando uno scontro armato durato alcune interminabili ore.

Armenia, nuovo attacco azero: le tre vittime

Il drammatico bilancio delle vittime tra le fila dell’esercito armeno nella sparatoria è di tre giovani militi. Anche in questo improvviso assalto gli armeni uccisi dal piombo azero hanno tutti tra i 19 e i 20 anni e i loro nomi, che verranno incisi sul marmo dei martiri e dipinti sui murales di Erevan, sono: Vahan Babayan, classe 2003, il soldato Artur Mkhitaryan, nato nel 2002, e il sergente minore Rudik Gharibyan anch’esso del 2002. Stando alle dichiarazioni del ministero della Difesa di Erevan gli altri due militari armeni, feriti in azione mentre reprimevano l’attacco azero, non sono in condizioni di pericolo di vita.

In queste ore sui fatti del Gegarkunik e sulla continua escalation di violenza si è espressa anche l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), che per l’ennesima volta ha invitato Azerbaigian e Armenia ad astenersi dall’uso della forza e ad avviare un dialogo significativo per risolvere la controversia intorno al Nagorno Karabakh. La Presidenza polacca dell’Osce ha dichiarato all’agenzia di di stampa Armenpress che “la Polonia, in qualità di Presidente dell’Osce, è impegnata a collaborare con i partner per rinnovare e rafforzare i nostri sforzi volti a stabilire una pace duratura e promuovere lo sviluppo sostenibile nella regione”. Per questo “sosterremo lo sforzo dei Copresidenti del Gruppo Osce di Minsk a tale riguardo”.

Una guerra che coinvolge anche l’Italia

Dopo gli ultimi attacchi alle enclave armene in Nagorno Karabakh e, ieri, questo nuovo assalto frontale contro le postazioni del Gegarkunik, sembrerebbe proprio che anche questo appena nato 2022 non sia riuscito a lasciarsi alle spalle anni e anni di conflitto etnico, politico e religioso. Una guerra lacerante che, fatta eccezione per l’escalation dell’autunno 2020, sembra comunque non interessare ai media occidentali. Ma quella che si combatte lungo il confine più caldo del Caucaso è una guerra che coinvolge direttamente anche l’Italia. A partire dal gasdotto TAP che da Baku arriva a Taranto, fino alla rispettabile comunità armena in Italia che continua a piangere i propri martiri e ai volontari italiani delle associazioni come Sol.Id Onlus che operano proprio nella zona di confine del Gegarkunik.

Andrea Bonazza 

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