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Roma, 4 ago – Ieri, la first lady siriana Asma Assad ha annunciato al mondo, dai canali della tv siriana, la sua vittoria nella battaglia personale contro il cancro che la vedeva impegnata da circa un anno. Era infatti l’8 agosto 2018 quando la presidenza siriana rilanciava tramite i social la notizia, e rendeva pubblico l’inizio del trattamento sanitario.
Asma Assad è molto amata dal popolo siriano. Potremmo anche dire, senza eccessi, quasi “venerata”. Da quando fu scatenata la guerra mondiale contro la Siria, lei non ha mai mancato di sostenere, giorno dopo giorno, le famiglie colpite dal terrorismo e dalle sanzioni occidentali. Le famiglie dei “martiri” dell’esercito siriano, come quelle dei mutilati e degli scomparsi di cui da anni nulla più si può sapere, hanno trovato nella signora Assad una di loro.



Colpisce veramente la distanza spirituale e morale tra la first lady siriana e la signora Macron, che ci può simboleggiare in un certo senso la differenza qualitativa tra lo spirito della comunità sociale siriana e quella del liberalismo francese. Se oggi il mondo viene di nuovo a sapere dell’esistenza della signora Assad grazie a questa storica vittoria, che è l’ennesima vittoria politica del popolo siriano contro i suoi storici nemici, allo stesso modo è costretto a occuparsi della vita di Brigitte Macron. I media francesi ci propinano infatti in pompa magna la novità che prima di partire per le vacanze, Brigitte avrebbe speso un capitale per un trattamento chirurgico totale che le trasformasse anche i lineamenti del viso. Il motivo è che Brigitte non accetterebbe la sua vecchiaia.

La rosa del deserto

Asma Assad è nata l’11 agosto 1975 a Londra da una famiglia della borghesia sunnita originaria di Homs. Crebbe ad Acton, nella zona ovest della capitale inglese; suo padre era un cardiologo, sua madre lavorava alla ambasciata siriana nella capitale inglese. Dopo gli studi, lavorò alla Deutsche Bank e alla Jp Morgan come consulente economica. Il 13 dicembre 2000 sposò Bashar Assad. Da circa cinque mesi Bashar era divenuto il Presidente siriano e la guida regionale del fronte panarabo. La rivista Vogue (2010) definirà Asma “la rosa del deserto”, la più fresca e magnetica tra le varie first lady globali. Il suo impegno nel settore della pedagogia e della beneficenza verso le famiglie più povere, come il suo sostegno caritatevole ai disabili e agli oppressi di qualunque religione essi siano, spiegano molto l’amore che i siriani provano per lei.

Asma, peraltro, è da sempre vicina alla comunità cristiana siriana e tale affinità si sarebbe ancora di più rafforzata nel corso della persecuzioni anticristiane degli anni recenti. Se in Vaticano vi fosse un pontefice sensibile alla persecuzione dei cristiani nel mondo, avrebbe dovuto instaurare un filo diretto con la First lady siriana. Ma, a quanto si sa almeno, nulla di tutto ciò è avvenuto. Anzi, il contrario. Nell’ottobre 2016 Asma ha rilasciato un’intervista al canale televisivo Russia 24. La first lady mostrò totale padronanza delle questioni geopolitiche. Ma colpiva ben di più il suo amore disinteressato e totale per la Nazione siriana, la sua fiducia sulle strutture dello Stato, la certezza nella vittoria finale, la riconoscenza verso la tradizionale amica Russia (in almeno due casi, Asma Assad ha personalmente incontrato le famiglie dei soldati russi caduti in Siria in un clima di commozione e partecipazione), la sua viva partecipazione al futuro dei bambini siriani che considerava tutti suoi figli, anche quando figli dei “ribelli” oppositori.

In Siria, “fino alla fine”

Colpiva inoltre il fatto che essendo in possesso della cittadinanza britannica, avrebbe potuto con facilità lasciare il fronte di guerra siriano con i tre figli al seguito, come i generali dell’esercito le consigliavano quotidianamente di fare. Viceversa, disse: “Sono qui dall’inizio dell’aggressione mondiale contro il mio popolo. Non mi posso immaginare da nessun’altra parte nel mondo. Starò qui sino alla fine”. L’immagine più realista e significativa che si può dare di Asma è perciò la sua scelta di rimanere a Damasco, con la sua comunità, anche quando l’Isis era lì a pochi chilometri di distanza, durante una avanzata che sembrava inarrestabile.

Non è difficile immaginare cosa avrebbero potuto fare i miliziani dell’Isis ad Asma e ai suoi figli. Piazzale Loreto sarebbe stata forse superata. Ma a Damasco non c’è stato spazio per certe americanate. E così, se Yassin al-Haj Saleh ci ricorda, ancora pochi giorni fa, che a Damasco “c’è un fascista a governare”, va anche detto che, nella logica oggettiva delle relazioni di forza geopolitiche, questo “fascista” è ormai l’unica diga, eroica e lucida, contro il terrorismo planetario.

Giacomo Belgiglio



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