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Roma, 10 mar – Il 10 marzo non è una data come tutte le altre per i tibetani. In questa data, nel 1959, a nove anni dall’occupazione cinese e dopo tre anni dall’inizio di una guerriglia anticinese nella parte orientale del Paese, diffusasi la voce di un progetto di rapimento del Dalai Lama, in Tibet si verificò una prima rivolta popolare a Lhasa. La sommossa scoppiò per un evento apparentemente banale: i cinesi invitarono Tenzin Gyatso a uno spettacolo teatrale nel quartiere generale dell’esercito, invitandolo a venire rinunciando alla scorta e senza nessuna cerimonia pubblica per la processione del Dalai Lama dal palazzo al campo, in contrasto con la tradizione. In città si diffuse l’idea che la manovra celasse un piano per rapire l’autorità religiosa. La gente della capitale scese in strada per fare da scudo al Dalai Lama e migliaia di persone circondarono la sua residenza. Così iniziò la rivolta. Una settimana dopo, il 17 marzo, il primo proiettile raggiunse palazzo del Dalai Lama, suggerendo al 21enne leader spirituale di prendere la strada dell’esilio.

La fuga verso l’India sarà avventurosa. I tibetani raccontano che una coltre di nubi basse evocate dalle preghiere dei monaci impedì agli aerei di vedere i movimenti dei fuggiaschi. Nel frattempo, in Tibet, il governo locale veniva spazzato via dai cinesi, mentre in India se ne costituiva uno in esilio. Il 25 marzo, le truppe di Pechino hanno ormai riconquistato la capitale e in cinesi istituiscono in quella data una beffarda “Festa dell’emancipazione”. Non si sa con esattezza quanti morti ci furono, le stime vanno da 10mila a 87mila.

La questione tibetana tornò ad acutizzarsi nel 1987, in seguito a un discorso del Dalai Lama al Comitato per i diritti umani del Congresso degli Stati Uniti, che annunciava un “piano di pace in 5 punti”, denunciando violazioni umanitarie in Tibet da parte cinese, prima fra tutte la fortissima emigrazione han, che rischiava di rendere i tibetani una minoranza nel loro stesso Paese. A una prima manifestazione per l’indipendenza (27 settembre) a opera di una ventina di monaci del monastero di Drepung, seguì una seconda (1° ottobre) a cui parteciparono anche molti civili, che assaltarono il comando di polizia. La dura reazione della polizia causò disordini, di cui furono testimoni molti turisti. La nomina da parte del Comitato centrale di Hu Jindao come nuovo segretario del partito in Tibet (1989) e la proclamazione della legge marziale esplicitarono la volontà cinese di riprendere il totale controllo sulla Regione autonoma del Tibet (RAT) e di ristabilire l’ordine. Nel marzo 2008, sempre a Lhasa, si è verificata una nuova rivolta dei monaci buddhisti, anch’essa repressa dalle autorità.

Giorgio Nigra

1 commento

  1. Forse sarebbe meglio che vi informaste com’era il Tibet prima dell’invasione dei cinesi, a parte che il Tibet è sempre stato parte della Cina come la Padania in Italia.
    I preti pedofili del vaticano in confronto sono santi, quando compivano 12 anni i tibetani erano costretti ad andare a servire i Lama, e si dice “servire” per non dire altro.
    I contadini tibetani non facevano altro che lavorare per servire i potenti preti che vivevano tra sfarzi incredibili mentre i contadini morivano di stenti.
    Ma basta fare una ricerca su internet, per trovare conferma a quello che sto dicendo.
    I contadini tibetani non sono mai stati tanto bene come da quando i cinesi li hanno liberati dal giogo dei Lama e del S.S. Dalai Lama!
    Altro che balle, inoltre il Buddhismo Tibetano non è vero Buddhismo ed è disconosciuto dai veri Buddhisti, perché col Buddhismo centra come i cavoli a merenda.

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