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Roma, 16 set – I “barbuti” caraibici tornano a invocare la rivoluzione. Nulla a che vedere però con quella dei “los barbudos” cubani, alle porte stavolta non c’è la defenestrazione di un dittatore, ma una sorta di ventata anti-colonialista d’altri tempi. Barbados alias Os Barbados (i barbuti, appunto), così ribattezzata dall’esploratore portoghese Pedro A. Campo nel lontano 1536, vuole infatti rimuovere la regina Elisabetta II dal ruolo di Capo di Stato e diventare così una Repubblica a partire dal 2021. Niente più Monarchia parlamentare, facente parte del Reame del Commonwealth dal 1966, a Bridgetown si sono stufati del legame apparentemente indissolubile con il Regno Unito.

“È giunto il momento di lasciare completamente alle spalle il nostro passato coloniale. Barbados farà il prossimo passo logico verso la piena sovranità e diventerà una repubblica quando celebreremo il nostro 55esimo anniversario di indipendenza”, che cadrà a novembre 2021. E’ quanto dichiarato dal primo ministro dell’isola-stato Mia Mottley, che adesso rispolvera la raccomandazione – datata 1998 – di una commissione di revisione costituzionale: basta monarchia, adesso servo una forma di governo repubblicana. Qualche anno dopo, nel 2005, Barbados compì un altro passo verso la piena indipendenza dal Regno Unito, mollando il comitato giudiziario con sede a Londra e scegliendo la corte di giustizia dei Caraibi, a Trinidad.

I rischi della piena indipendenza

Ma davvero dire addio alla regina Elisabetta conviene a questa isola caraibica? Se osserviamo i dati economici e sociali, sembrerebbe proprio di no. Barbados è la terza nazione nordamericana per indice di sviluppo umano, preceduta soltanto da Canada e Stati Uniti. Da sempre stabile e pacifico, a partire dai primi anni Novanta è stato considerato come uno Stato business-friendly ed economicamente sano. La disoccupazione è al di sotto del 10% e vanta una sempre più fiorente industria turistica, grazie anche a un boom dell’edilizia e allo sviluppo delle strutture ricettive.

Ritenuta l’isola più chic delle Piccole Antille, è inoltre considerata un vero e proprio paradiso fiscale. A tal punto che l’Italia l’ha inserita nella Black List degli Stati o dei Territori con un regime fiscale privilegiato. Sta di fatto che l’appartenenza al Commonwealth sinora ha portato soprattutto benefici ai “barbuti”. Dunque in questo caso può valere il celebre detto: chi lascia la strada vecchia per quella nuova…

Eugenio Palazzini

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