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Minsk, 17 ago – Proseguono in Bielorussia le proteste scoppiate subito dopo la diffusione dei risultati delle elezioni presidenziali che, secondo i dati ufficiali, hanno visto riconfermarsi al potere Alexander Lukashenko con l’80% dei consensi. Gli oppositori sostengono che il risultato sia stato falsato da repressione e brogli, mentre Lukashenko si fa forte dei numeri e denuncia interferenze da parte di nazioni straniere per destabilizzare il paese. Come spesso accade la verità sta nel mezzo.

Tra repressione e consenso

Da una parte è indubbio che la popolarità di Lukashenko sia in calo, non fosse altro che per una naturale voglia di cambiamento dopo 26 anni, così come è evidente che le ultime elezioni non si siano certo svolte in un clima di serenità e trasparenza, con i principali candidati alla presidenza che sono stati arrestati o costretti a fuggire all’estero. D’altro canto però Lukashenko gode ancora di un forte sostegno popolare, soprattutto nelle campagne e tra gli anziani. Un consenso sicuramente inferiore all’80% ma ancora maggioritario nel paese. Ciò è pienamente comprensibile tenendo conto che la Bielorussia ha un tasso di disoccupazione dello 0,8% (il secondo più basso al mondo), una economia di Stato che dà lavoro ad oltre il 50% dei cittadini, un welfare che permette a tutti una vita dignitosa e una criminalità quasi assente. Tutti dettagli che ovviamente la stampa progressista si dimentica di riportare quando parla della Bielorussia, limitandosi a celebrare manifestazioni anti-governative come la ‘Marcia per la libertà’ di ieri, definita ‘oceanica’ per la presenza di circa 20 mila persone su una popolazione di 9 milioni e mezzo di abitanti (di cui oltre 2 milioni nella sola Minsk).

Cosa vuole la piazza?

Al netto delle esagerazioni propagandistiche sui numeri, le mobilitazioni di piazza di questi giorni sono comunque qualcosa di inedito nella Bielorussia di Lukashenko, occorre quindi domandarsi chi sono e cosa vogliono i manifestanti. Al momento non emerge alcuna leadership chiara dietro le proteste. Svetlana Tikhanovskaya, arrivata seconda alle elezioni presidenziali e principale sfidante di Lukashenko, è scappata in Lituania e comunque non sembra avere il carisma necessario per poter guidare la piazza. L’orientamento politico dei manifestanti è estremamente variegato, ci sono i giovani progressisti che guardano a Occidente ma anche ultras calcistici di estrema sinistra e pure qualche gruppo politico nazionalista. Solo su una cosa si trovano d’accordo: fermare lo ‘scarafaggio’, come viene dispregiativamente chiamato Lukashenko. A fornire sostegno alla protesta, non solo diplomatico ma anche economico e operativo, c’è principalmente la Polonia, che vorrebbe sostituire la Russia come principale partner strategico, ma anche l’Inghilterra, una delle nazioni più impegnate geopoliticamente in funzione anti-russa.

Similitudini e differenze con Euromaidan

A prima vista molte sono le similitudini con la rivolta del 2014 in Ucraina, quando dopo mesi di violente proteste di piazza si arrivò alla destituzione del presidente filo-russo Viktor Yanukovich e all’elezione del filo-occidentale Petro Poroshenko. Anche in questo caso c’è una violenta mobilitazione di piazza (se pur ad oggi in misura assolutamente non paragonabile a quanto successo in Ucraina) che vede uno schieramento politico eterogeneo (a Kiev la protesta era animata tanto dai gruppi nazionalisti quanto dai liberali europeisti) unito contro un ‘dittatore corrotto’ e anche in questo caso ci sono interferenze di nazioni straniere che supportano la protesta per creare problemi alla Russia. Tuttavia tra i due scenari ci sono anche differenze significative che potrebbero delineare un esito ben diverso. In Ucraina alla base della protesta vi era un revanscismo anti-russo piuttosto diffuso nella parte occidentale del paese, sentimento invece del tutto assente in Bielorussia.

Inoltre l’opposizione era molto più forte e organizzata, sia dal punto di vista politico che da quello della presenza in piazza, non fosse altro che per la maggior tolleranza del dissenso nel sistema politico ucraino rispetto a quello bielorusso. Infine a scoraggiare gli animi dei dimostranti e dei loro sponsor può essere anche l’esito stesso della ‘rivoluzione colorata’ ucraina. Oggi infatti l’Ucraina si trova in una situazione difficilissima, con una economia in crisi completamente da reinventare dopo il congelamento dei rapporti con la Russia, principale partner commerciale per esportazioni e importazioni (soprattutto di materie prime), fiaccata da una guerra civile in corso ormai da sei anni nella regione del Donbass, dove gli abitanti filo-russi hanno formato due repubbliche autonome secessioniste.

I vantaggi della svolta filo-occidentale attualmente si limitano alla possibilità per i cittadini ucraini di recarsi nei paesi dell’area Schengen senza bisogno di chiedere il visto, un po’ magro come bottino rispetto a quelle che erano le speranze dei fautori di Euromaidan. E il bilancio non può certo dirsi positivo nemmeno per le nazioni straniere che hanno sostenuto questa operazione, Stati Uniti in testa. Il ‘regime change’ è riuscito ma al prezzo di un notevole sforzo economico per sostenere l’esercito ucraino nel conflitto con i separatisti filo-russi nel sud-est del paese. Vale la pena impegnarsi per replicare lo stesso copione in Bielorussia?

Le reazioni internazionali

Per adesso la reazione degli Usa alla rielezione di Lukashenko è stata piuttosto blanda, niente più di dichiarazioni di circostanza su “l’importanza della democrazia”. Più netta invece la risposta dell’Ue che, sotto la spinta dei paesi dell’Est, minaccia di imporre sanzioni per le violenze della polizia nel reprimere le proteste (verrebbe da chiedersi come mai tale pronta reazione libertaria non si sia verificata anche quando la gendarmeria francese agli ordini di Macron massacrava i ‘gilet gialli’). Ma a decidere il futuro di Lukashenko e della Bielorussia sarà la posizione che deciderà di assumere la Russia.

Una relazione tra alti e bassi

La Bielorussia viene da sempre considerata come un alleato naturale, già nel 1996 Boris Eltsin sottoscriveva una serie di accordi di reciproca collaborazione politica, economica e militare, successivamente rafforzati negli anni fino ad arrivare nel 2019 sul punto di creare un’unica confederazione statale. Ma alla fine clamorosamente salta tutto a causa del mancato accordo sul prezzo di acquisto di petrolio e gas. Così Lukashenko, con una mossa piuttosto spregiudicata, decide di rivolgersi agli Usa, incontrando a Minsk il Segretario di Stato americano Mike Pompeo per discutere tra le altre cose la possibilità di acquistare petrolio americano. Questa mossa, insieme al suo calo di popolarità e ad altre prese di posizione del presidente bielorusso, tese a marcare una propria autonomia da Mosca cominciando a far lavorare Putin per preparare un dopo-Lukashenko. Un possibile candidato è Viktor Babariko, manager della filiale bielorussa del colosso bancario russo ‘Gazprombank’, che annuncia la volontà di candidarsi alle elezioni presidenziali ma viene arrestato poco dopo con l’accusa di evasione fiscale.

Le relazioni tra Lukashenko e il Cremlino arrivano così al loro momento di minimo storico, con la Russia che a marzo chiude unilateralmente la frontiera con la Bielorussia e Lukashenko che denuncia un presunto piano russo per destabilizzare il paese facendo arrestare 32 paramilitari del ‘Wagner Group’ che si trovavano a Minsk di passaggio verso altre destinazioni. Poi arriva il giorno delle elezioni e l’inizio delle proteste. Al di là delle congratulazioni istituzionali di rito del presidente russo Valdimir Putin, i media russi, inclusi quelli di Stato, sostengono apertamente le proteste anti-governative e criticano la repressione della polizia.

A Mosca si tiene una manifestazione anti-Lukashenko davanti l’ambasciata bielorussa con diverse centinaia di partecipanti. Il messaggio è chiaro, il sostegno della Russia all’ex-alleato di ferro questa volta non è per niente scontato. Così Lukashenko decidere di correre ai ripari e prova a ricucire lo strappo con il Cremlino telefonando a Putin per chiedere l’aiuto russo (rilasciando immediatamente i membri del ‘Wagner Group’ precedentemente arrestati, probabilmente come segnale di distensione).

Quali opzioni per Putin

Putin da parte sua sembra rispondere positivamente dichiarandosi disponibile a fornire pieno supporto militare contro eventuali provocazioni straniere, in accordo con quanto prevede il Collective Security Treaty, l’equivalente della Nato per i paesi ex-Csi. La Russia non può permettersi di perdere dopo l’Ucraina un altro paese confinante come alleato e pertanto non esiterà a utilizzare la forza militare per sventare qualsiasi tentativo di golpe filo-occidentale. Oggi più che mai a Mosca non sono certo entusiasti nel difendere il presidente eterno bielorusso, ma la mancanza di alternative praticabili al momento rende difficile pensare a una sua immediata sostituzione. Resta tuttavia possibile una strategia del Cremlino che preveda un sostegno indiretto alle proteste contro Lukashenko in modo da indebolirlo ulteriormente e forzarlo all’accettazione delle condizioni russe per un’unificazione.

Lorenzo Berti

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