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Roma, 10 ago – “La Bielorussia, domani, non sprofonderà nel caos, nella guerra civile, non c’è ragione per dirlo”. Così il presidente in carica Alexander Lukashenko, recatosi ieri al seggio per votare, si è rivolto alla stampa. Eccesso di ottimismo e convinzione di avere la situazione del tutto sotto controllo? A giudicare dagli scontri verificatisi nella notte, sembrerebbe di sì. Un morto, decine di feriti e circa 200 arresti. Un bilancio ancora parziale delle violente proteste andate in scena dopo lo scontato risultato delle elezioni. Numeri peraltro non ufficiali, perché a comunicarli non è stato il governo di Minsk ma il centro per i diritti umani Vesna. La trasparenza non è d’altronde una delle principali prerogative della Bielorussia guidata da Lukashenko, al potere dal 20 luglio 1994.

L’eterno Lukashenko

Ventisei anni al timone di una delle repubbliche sorte dal crollo dell’Unione Sovietica, senza mai aver dato la benché minima percezione di vacillare. L’opposizione in Bielorussia è stata sempre un fantasma che si nascondeva dietro una pesante coltre generata da un pugno di ferro apparentemente incontrastabile. Adesso però, quasi all’improvviso, uno spettro si è manifestato di fronte al 65enne Lukashenko. Eppure anche questa volta i dati ufficiali, resi pubblici dalla Commissione Elettorale Centrale, parlano chiaro: il presidente in carica ha vinto di nuovo con l’80.23% dei voti. Mentre la rivale, Svetlana Tikhanovskaya, ha ottenuto appena il 9,9%. C’erano poi altri tre candidati, già sulla carta irrilevanti, che non hanno superato il 2%. Si potrebbe parlare di percentuali bulgare, ma in realtà l’aggettivo è interscambiabile: sono più o meno analoghe in qualunque nazione sorta dalle ceneri dell’Urss. Nulla di nuovo quindi, almeno in apparenza.

Rivolta effimera?

Perché stavolta l’esito del voto ha scatenato una rivolta di piazza che se da una parte evoca le rivoluzioni colorate, dall’altra cattura l’attenzione su una nazione incastonata nel continente europeo ma a lungo poco considerata. Quasi fosse un’anomalia insignificante e in fondo utile a tutti. Ora, mentre la Polonia chiede un vertice Ue straordinario e denuncia la repressione di Lukashenko, dall’altra il presidente russo Vladimir Putin si congratula con la vittoria dello storico amico (ultimamente meno amico, ma pur sempre alleato chiave). Lo schema è dunque sempre lo stesso, c’è chi denuncia brogli e chi grida alle intromissioni estere. Il governo d Minsk ha infatti vietato l’ingresso in Bielorussia a “170 persone con i documenti falsi”. La tensione è altissima e il potere di Lukashenko non è mai stato così traballante se guardiamo alle contestazioni.

Il dato di fatto però è che non si intravedono alternative, almeno nell’immediato e salvo sorprese. I principali oppositori sono stati arrestati e un altro è fuggito all’estero. Se guardiamo ai loro profili anche in questo caso sembra di intravedere una situazione simile a quella russa: a tentare di contrastare Lukashenko finora sono stati in particolare un blogger, un banchiere e un imprenditore. Svetlana Tikhanovskaja appare così come una novità, ma a prescindere dall’indubbia efficacia mediatica (stando almeno al livello di considerazione internazionale) della sua azione politica, è difficile dire se si tratti di una meteora o di un asso in grado di scompaginare le carte in tavola.

Eugenio Palazzini

3 Commenti

  1. C’è sempre il “vizietto” di farsi i fatti degli altri quando si è incapaci di farsi i propri….

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