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Washington, 26 set – Alla fine Bill Cosby è finito da dietro le sbarre. Da martedì il noto attore afroamericano è in carcere a seguito della condanna definitiva per violenza sessuale. Neanche l’età del condannato (ha 81 anni) ha influenzato la sentenza. Decisiva è stata la testimonianza di Andrea Constand, un’ex dipendente della Temple University, che ha accusato Bill Cosby di averla drogata e poi stuprata nel 2004. Andrea Constand non pare comunque essere stata l’unica vittima di violenza sessuale: sono una cinquantina, infatti, le donne che si sono dichiarate vittime degli abusi di Bill Cosby, dagli anni Settanta a oggi. A emettere la sentenza è stato un tribunale della Pennsylvania, dopo che una giuria popolare aveva già riconosciuto l’attore colpevole lo scorso aprile.
In apertura dell’udienza a Norristown, il giudice Steven O’Neill ha definito Cosby un «violento predatore sessuale». Se la difesa aveva puntato agli arresti domiciliari, la condanna prevede invece la reclusione tra i tre e i dieci anni (dopo i primi tre anni può essere valutata la possibilità di un rilascio anticipato). «Nessuno è al di sopra della legge», ha affermato il giudice O’Neill prima di pronunciare il verdetto della giuria. In quanto «criminale sessuale», Bill Cosby dovrà essere sottoposto anche a trattamenti psichiatrici. È stata inoltre negata la possibilità di una cauzione, mentre alla reclusione è stata aggiunta una multa di 25mila dollari.
La condanna è stata accolta con reazioni discordanti. Se il movimento #MeToo ha gioito, non sono stati pochi coloro che hanno definito la sentenza come «razzista». Al di là del fatto che uno stupratore lo è a prescindere dalla propria razza, è però interessante notare il valore simbolico del caso Cosby, che ha mandato in tilt i facinorosi del politicamente corretto. L’attore infatti, con la sua fortunatissima sitcom I Robinson, aveva rivoluzionato la percezione degli afroamericani negli anni Ottanta e Novanta: Bill Cosby aveva cioè incarnato un modello ideale di afroamericano che piaceva sia ai neri che ai bianchi, agevolando il dialogo tra le due etnie dopo decenni di incomprensioni e reciproche accuse. Ora questa immagine sembra però demolita e ha ripreso vigore, invece, uno stereotipo che l’America hollywoodiana e multiculturale ha tentato per anni di rimuovere: quello del nero che, in quanto tale, è anche predatore sessuale. Un’etichetta squalificata appunto perché «razzista». E non è un caso che ci sia voluto proprio un afroamericano, il comico Hannibal Buress, per ridare forza alle accuse silenziate per anni dagli avvocati di Cosby. Eppure il dato rimane: è nera la prima vittima di #MeToo. E i guardiani del politicamente corretto dovranno farsene una ragione.
Elena Sempione

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