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South_China_Sea-map-769953-640pxBinh Duong, 19 mag – Si spegne lentamente la rivolta nel distretto industriale nel sud del Vietnam, in cui operano fabbriche tessili e di calzature cinesi, taiwanesi e sudcoreane. Gli operai vietnamiti, esasperati dalle condizioni lavorative imposte dalle aziende straniere, hanno deciso di rivoltarsi. Risultato: quasi 20mila persone si sono riversate nelle strade e alcune di loro hanno cominciato a saccheggiare e attaccare le fabbriche e le strutture di sicurezza; poi hanno appiccato il fuoco ad almeno 25 fabbriche. La polizia ha reagito.  A seguito degli scontri, si contano circa venti morti. Con questo tipo di protesta migliaia di persone rischiano di aver perso il lavoro, mentre si stimano danni per centinaia di migliaia di dollari. Dal 14 maggio gli stabilimenti della zona sono rimasti chiusi. Insomma i cinesi hanno chiuso i battenti dei loro stabilimenti lasciando i rivoltosi con un pugno di mosche in mano.



Derubricare questi fatti ad una semplice rivolta sindacale sarebbe sbagliato. Quindi, qual è il vero motivo del contendere?  Se guardiamo al presente alla base delle proteste vi è la decisione del governo cinese di installare, lo scorso primo  maggio, una piattaforma esplorativa e di effettuare trivellazioni sul fondale nei pressi delle isole Paracel, nel Mar Cinese Meridionale. Il Vietnam considera questo arcipelago sua zona economica esclusiva. Alle proteste di Hanoi, rimaste inascoltate, la Cina ha poi risposto con l’invio di 80 navi militari per pattugliare le acque al largo delle coste vietnamite. Insomma i vietnamiti si sono sentiti colpiti nell’orgoglio. Il Governo, invece di pensare alle conseguenze del breve periodo, si è chiesto perché doveva rinunciare al controllo di fondali marini. Infatti, lì sotto si troverebbero ingenti giacimenti petroliferi.

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Queste acque, con i loro isolotti, sono vicine alle coste che fanno parte dell’arcipelago delle Paracel, vietnamite, ma anche delle Filippine, che a loro volta contestano a Pechino la sua presenza nelle Spratly. Gli atolli disabitati insieme ai fondali marini sono una miniera di gas, minerali e petrolio, utili per le economie emergenti.

Forse hanno reagito in maniera scomposta, ma hanno dimostrato di essere degni eredi di un’etnia che da sempre rivendica la propria autonomia. Questo è uno dei motivi per cui sono disposti a dare tutto per la Patria. Anche le loro misere paghe.

Questa, però, non è una novità. Facciamo un passo indietro. Le leggende vietnamite fanno risalire la storia del Vietnam a oltre 4000 anni fa, ma le uniche fonti certe datano le sue origini a 2700 anni fa. Una cosa però è certa, questo popolo è riuscito a resistere ai cinesi prima e ai mongoli dopo. Quando anche la Cina era in mano ai mongoli, i vietnamiti riuscivano a mantenere la propria sovranità. Dopo circa mille anni cacciarono nell’ordine: francesi, giapponesi e americani. Nasce così nel 1976 la”Repubblica Socialista del Vietnam”. Nel 1992 l’apertura al libero mercato. Oggi sono soli di fronte all’impero cinese. Come sempre, però, non hanno nessuna voglia di indietreggiare. Americani e giapponesi si fregano le mani pensando di metterli sotto la loro ala protettrice. Ma un vero Vit sa difendersi da solo. Non cerca padrini o padroni. Non è bastato l’Agente Arancio (l’erbicida utilizzato dall’esercito statunitense) che ha seminato morte nelle risaie, figuriamoci se basta la serrata di qualche industria tessile.

Altro che Pil. È l’orgoglio e lo spirito identitario l’ossigeno dei popoli.

Salvatore Recupero

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