Roma, 30 dic – Sono tempi sempre più difficili per gli oppositori dei regimi socialisti di mezzo mondo. Mentre in Europa la sinistra gioca a fare la libertaria, a Oriente i suoi riferimenti politici continuano ad attuare una repressione figlia delle dittature novecentesche. L’ex leader birmana Aung San Suu Kyi, democraticamente eletta dopo anni di prigionia, si trova ancora agli arresti domiciliari. La giustizia birmana è tornata ad abbattersi sulla paladina dei diritti delle minoranze birmane, da quando la giunta militare del Paese l’ha estromessa dal governo nel febbraio 2021. Da allora, Aung San Suu Kyi ha affrontato 18 mesi di processi con 19 accuse che vanno dalla corruzione alla sua condotta, giudicata dai militari rossi troppo “sovversiva”.

Una vita di prigionia

Oggi la combattiva martire asiatica è stata condannata per le ultime cinque accuse che la indicano colpevole di corruzione. Aung San Suu Kyi non avrebbe infatti rispettato la prassi burocratica nel noleggiare un elicottero in favore di un ministro del governo al quale lei stessa apparteneva. Nei mesi scorsi la donna era già stata condannata per 14 reati diversi, tra i quali la violazione delle norme di sicurezza pubblica nelle restrizioni Covid 19, importazione di radioline walkie-talkie e violazione della legge sui segreti ufficiali di Stato. I suoi ultimi processi si sono svolti a porte chiuse, negando sia al pubblico che ai media l’accesso. I suoi avvocati, che continuano a sostenere la sua innocenza, hanno inoltre l’obbligo governativo di non parlare con i giornalisti. Così come molti membri del suo partito, Aung San Suu Kyi è tra le oltre 16.600 persone che sono state arrestate dalla giunta militare da quando ha preso il controllo totale del paese due anni fa. 13.000 di queste si trovano ancora in stato detentivo nelle prigioni birmane.

L’Onu ha chiesto il rilascio di Aung San Suu Kyi

La scorsa settimana il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto la fine delle violenze in Myanmar e il rilascio di tutti i prigionieri politici. Da sempre vicine politicamente alla giunta socialista birmana, Cina e Russia si sono astenute dal voto e non hanno esercitato il loro potere di veto a seguito di emendamenti al testo della risoluzione. La violenta presa del potere da parte dei militari lo scorso febbraio ha innescato manifestazioni diffuse, spingendo le forze armate del Myanmar a reprimere le rivolte nel sangue e nelle patrie galere. Un’antica insurrezione sta percorrendo però oggi le giungle di questo martoriato Paese del sudest asiatico.

Ma la lotta dei popoli anti-regime continua

Nuovi combattimenti interni nelle zone controllate dai gruppi etnici in lotta contro la giunta, arruolano sempre più giovani tra le schiere ribelli. Su tutti non possiamo non menzionare gli irriducibili guerriglieri Karen, in guerra ormai da oltre settant’anni contro le milizie narcotrafficanti del governo comunista, sostenuti da alcune Onlus identitarie italiane. Anche per le milizie dissidenti, però, in tutto il Paese la situazione si fa sempre più pericolosa con uccisioni sommarie e attacchi aerei su villaggi civili. Si stima che, finora, oltre 2.600 persone siano già state uccise nella repressione militare contro il dissenso. Situazioni reali e attualissime, queste, che purtroppo sembrano non interessare a chi, qui da noi, cantando “Bella ciao” sventola le stesse bandiere del regime totalitario birmano.

Andrea Bonazza

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1 commento

  1. Siete imbarazzanti quando difendete personaggi come Aung San Suu Kyi, o come Bolsonaro e compagnia cantante, il peggio del peggio del liberal-conservatorismo servo della Nato nel resto del mondo… Magari invece di fare le coccole alla “draghetta” di Colle Oppio si dovrebbe ricominciare a studiare un pò di geopoltica che negli ultimi anni vedo molti sbandamenti fra i camerati, sbandamenti guarda caso sempre in un senso solo, quello atlantista…

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