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Roma, 15 giu – Il delirio “antirazzista” contro le statue si sta trasformando in una furia iconoclasta che ormai sta esplodendo un po’ ovunque. Il rischio è che nessun monumento dedicato a personaggi del passato sia immune da attacchi, perché a spulciare bene nelle biografie nessuno è esente da presunti nei o evidenti colpe. Così da Colombo a Montanelli, passando per Churchill e Giulio Cesare, non passa giorno che qualche idiota allo sbaraglio si improvvisi tagliatore di teste di pietra o provi a diventarlo. Non vengono risparmiati neppure padri fondatori e leader storici finora osannati a tutte le latitudini politiche.

Abbattuto il padre fondatore degli Stati Uniti

E oggi la rabbia dei Black Lives Matter si è scagliata persino contro Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, la cui statua è stata abbattuta a North Portland, in Oregon. I manifestanti stavano protestando al solito contro l’uccisione di George Floyd, a cui nelle ultime ore si è unita quella di un altro afroamericano: Rayshard Brooks. Stando a quanto riportato dai media locali circa mille persone hanno partecipato alla protesta e il monumento a Jefferson (collocato di fronte a una scuola) è stato preso di mira da un gruppo di manifestanti. Prima vandalizzato con la bomboletta spray (scritta che sapeva già di condanna a morte: “schiavista”), poi buttato giù senza pietà.

Va detto che Jefferson non è la prima volta che viene preso di mira dagli antirazzisti, perché considerato uno dei tanti schiavisti bianchi dell’ottocento americano. Presidente degli Stati Uniti dal 1801 al 1809, Jefferson è noto per essere stato autore della dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776 nonché uno dei fondatori del Partito Democratico-Repubblicano. A lui si deve l’impronta laica e liberale con cui venne delineata la costituzione degli Usa. E sempre a lui, sulla base del pensiero illuminista che lo animava, gli americani devono l’affermazione del principio egualitarista di tutti gli esseri umani.

Nessuno si salverà?

Qualunque cosa si pensi di Jefferson e del suo orientamento politico che permeò l’America delle origini, è chiaro che in lui si può scorgere quel fascino da nuova frontiera rurale. Quel mondo magistralmente descritto da Ezra Pound in Jefferson and/or Mussolini, in cui il grande poeta evocava una rivoluzione pragmatica, popolare, ostile ai banchieri e al contempo modernizzatrice. Ma nella delirante foga iconoclasta che ormai pervade certi manifestanti, tutto questo non esiste, vuoi per ignoranza, vuoi per infantile oscurantismo. Per loro Jefferson era semplicemente uno schiavista, quale indubbiamente fu. Esattamente come lo fu il primo presidente americano George Washington o come lo fu un altro poliedrico padre fondatore degli Usa: Benjamin Franklin. C’è quindi da attendersi che la mannaia cali anche su di loro, non appena questa masnada barbarica reperirà un paio di informazioni decontestualizzate su Google.

Eugenio Palazzini

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