Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 3 feb – La rotta balcanica ha ripreso vigore nel marzo del 2020, quando il presidente turco Recepp Tayipp Erdoğan ha violato l’accordo con l’Unione Europea, stipulato nel marzo 2016, che impegnava la Turchia alla gestione dell’immigrazione clandestina nel proprio territorio dietro al pagamento di 6 miliardi di euro. Questa violazione ha provocato una nuova forte ondata di immigrati verso la Grecia e la Bulgaria, ondata spinta dalle stesse autorità di Ankara che hanno facilitato il viaggio degli immigrati verso le coste turche, mettendogli a disposizione autobus e fornendo pure i gommoni per la traversata verso le coste elleniche, e verso il confine terrestre di Edirne, dove la polizia di Erdoğan ha perfino sparato lacrimogeni contro quella greca per favorire il passaggio dei clandestini.

Ciò ha portato ad un aumento consistente del flusso di immigrazione clandestina della rotta balcanica, che si è riversato principalmente in Bosnia e Croazia. Sebbene gli immigrati siano transitati in diversi Paesi, come Grecia e Bulgaria, ritenuti sicuri dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite, non hanno presentato la domanda per ottenere l’asilo, e nemmeno nei Paesi della ex Jugoslavia in cui ora si trovano bloccati. Questo è il cosiddetto “asylum shopping”, ovvero la pratica per cui l’immigrato sceglie discrezionalmente il Paese in cui chiedere la protezione internazionale. Chiaramente ciò significa che la stragrande maggioranza degli immigranti della rotta balcanica sono immigrati economici. Infatti, nonostante i media mainstream parlino soltanto di sedicenti profughi siriani, afghani e iracheni (Paesi destabilizzati delle guerre “esportatrici di democrazia”) e di un’alta percentuale di donne e bambini, il 50 per cento degli immigrati della rotta balcanica sono di nazionalità pakistana, bengalese, algerina e marocchina (e di altri Paesi non in guerra), e l’86 per cento sono uomini, come confermato dai dati dell’Unhcr.

Gli incendi dolosi nei campi profughi

L’aumento del flusso di immigrati lungo la rotta balcanica ha comportato un irrigidimento dei controlli di frontiera, soprattutto tra Bosnia e Croazia, e diverse problematicità nella gestione dell’accoglienza, acutizzate dall’emergenza coronavirus e dalle rivolte degli irregolari. Il 24 dicembre scorso, all’interno del campo profughi di Lipa, nel nord-ovest della Bosnia, un gruppo di immigrati ha intenzionalmente appiccato il fuoco ad un deposito di carburante. Ciò ha provocato la distruzione di una parte del campo, nel quale risiedevano circa 900 immigrati.

L’incendio appiccato all’interno del campo profughi di Lipa ricorda ciò che è successo in Grecia. Nel settembre scorso, con le medesime modalità, gli immigrati hanno dato fuoco sia al campo profughi di Moria, a Lesbo, sia a quello di Samos, causandone la distruzione.

A tal proposito, è tempestivamente intervenuto il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Mass, che ha definito la serie di incendi “un disastro umanitario”, chiedendo ai Paesi dell’Unione Europea il ricollocamento degli immigrati presenti a Lesbo. L’Italia ha subito risposto positivamente. Il 22 settembre scorso, la Comunità di Sant’Egidio e Michele di Bari, capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, hanno firmato un accordo per l’arrivo di 300 richiedenti asilo da Lesbo.

Nelle ultime settimane, in seguito all’incendio doloso che ha distrutto il campo profughi di Lipa, in Bosnia, la stampa allineata e gli esponenti di sinistra hanno avviato un’incessante propaganda per chiedere i ricollocamenti in Unione Europea degli immigrati della rotta balcanica, sfociata nella tragicomica missione dei quattro europarlamentari del Partito Democratico, Brando Benifei (“alleato affidabile” di George Soros nel Parlamento Europeo), Pietro Bartolo (ex medico di Lampedusa), Alessandra Moretti (colei che aveva proposto che i profughi potessero essere ospitati dai pensionati italiani) e Pierfrancesco Majorino (colui che, come assessore di Milano, organizzava le tavole multietniche). La missione si è trasformata in una grave violazione della sovranità della Croazia, che ha causato un incidente diplomatico. Da Zagabria, il ministro dell’Interno Davor Bozinovic ha tempestivamente tuonato: “Il comportamento dei quattro eurodeputati italiani è da condannare anche perché era un evidente tentativo di screditare la reputazione della Croazia e di non rispettare le sue leggi”.

Bosnia: rimpatri volontari e accordi con i Paesi di origine

In seguito all’incendio doloso che ha distrutto il campo profughi di Lipa, in Bosnia, politici, media mainstream e associazioni hanno iniziato con i soliti appelli all’umanità, in cui gli immigrati vengono paragonati ai deportati nei lager.

Ma la Bosnia è diventata veramente un “lager” in cui gli immigrati verrebbero intrappolati? Pare proprio di no. Infatti, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) delle Nazioni Unite, in collaborazione con l’Unione Europea, il governo tedesco e quello austriaco, organizza gli “Assisted Voluntary Return” dalla Bosnia, come da anni fa anche in Libia. “L’assistenza per il rimpatrio volontario assistito dell’OIM può aiutarti a sviluppare un piano individuale per il rimpatrio, pianificato congiuntamente, sicuro e dignitoso senza alcun costo per te. Ti aiuterà con il supporto amministrativo e logistico per tornare e reinsediarti nel tuo paese d’origine”, spiega l’Iom. Il 62 per cento degli immigrati presenti in Bosnia sono immigrati economici (pakistani, bengalesi, marocchini, algerini, egiziani) che non presentano i requisiti per ottenere la protezione internazionale nei Paesi europei.

Non solo rimpatri volontari: a inizio novembre, Bosnia e Pakistan hanno siglato un accordo per il rimpatrio degli immigrati pakistani. Con la firma del protocollo, il governo di Islamabad si è impegnato ad accettare il ritorno dei suoi cittadini che attualmente vivono illegalmente in Bosnia. Secondo l’accordo, le autorità competenti per la ricezione, la presentazione e il trattamento delle richieste di riammissione, saranno il ministero della Sicurezza bosniaco e il ministero degli Interni per il Pakistan. Secondo l’Iom, sarebbero circa 13.500 gli immigrati presenti nel territorio della Bosnia, di questi 5.300 di nazionalità pakistana. I rimpatri volontari assistiti e accordi per il rimpatrio contraddicono pesantemente la retorica narrazione dei “lager bosniaci”.

Francesca Totolo

La tua mail per essere sempre aggiornato

4 Commenti

  1. […] L’immigrata sessantenne, che vive al confine con la Danimarca, aveva affermato di essere una bambina in modo da poter aggirare i severi controlli alle frontiere svedesi. In base alle attuali restrizioni sul coronavirus, i viaggiatori con passaporto straniero possono entrare in Svezia solo per motivi particolari: i minori di 18 anni in visita ai loro genitori possono transitare liberamente. […]

  2. […] L’immigrata sessantenne, che vive al confine con la Danimarca, aveva affermato di essere una bambina in modo da poter aggirare i severi controlli alle frontiere svedesi. In base alle attuali restrizioni sul coronavirus, i viaggiatori con passaporto straniero possono entrare in Svezia solo per motivi particolari: i minori di 18 anni in visita ai loro genitori possono transitare liberamente. […]

  3. […] L’immigrata sessantenne, che vive al confine con la Danimarca, aveva affermato di essere una bambina in modo da poter aggirare i severi controlli alle frontiere svedesi.In base alle attuali restrizioni sul coronavirus, i viaggiatori con passaporto straniero possono entrare in Svezia solo per motivi particolari: i minori di 18 anni in visita ai loro genitori possono transitare liberamente. […]

Commenta