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brexitLondra, 18 giu – Meno di una settimana e, con la chiusura delle urne la sera del 23 giugno, si saprà se i cittadini della Gran Bretagna avranno deciso o meno di optare per la Brexit, l’uscita del paese dall’Unione Europea. La campagna elettorale, aperta da settimane, ha trovato il proprio drammatico e terribile apice nell’assassinio di Jo Cox, la parlamentare laburista freddata a colpi di pistola da un soggetto ambiguo e mosso da motivazioni – checché ne dicano i quotidiani continentali, a differenza di quelli inglesi già sicuri sul movente e sul retroterra culturale del soggetto – ancora tutte da chiarire.

Se già si è detto che l’omicidio della Cox è un terribile evento che però fa comodo a molti, i toni prima dell’efferato delitto non è che fossero del tutto tranquilli, pacati e pacifici. E sorpresa: a tirare le redini del terrore psicologico non erano i fautori della Brexit, nella vulgata comune additati come i guitti populisti che fanno leva sui timori e parlano alla pancia della gente, bensì chi invece faceva campagna dalla parte opposta, posizione che nel gergo comune ha preso – dall’unione di Britain e “remain” – il nome di Bremain. Il tutto ovviamente condito da retorica un tanto al chilo, quanto basta per abbellire una posizione che rimane comunque totalmente di pancia.

Perché sì, la campagna anti Brexit è tutta fondata sulle paure. E che paure. Si passa dal rischio di una nuova guerra mondiale evocato da Cameron (esatto, proprio il premier britannico) al fallimento del sistema previdenziale di sua maestà (sempre lui), per arrivare al fatalismo più d’accatto, con la “fine della civiltà politica occidentale” prevista dal presente del Consiglio europeo Donald Tusk – ammesso che ciò sia un male, beninteso. Tutto qui? Neanche per sogno: il Financial Times ha dato spazio ad un oncologo che ha illustrato come con la Brexit in Gran Bretagna aumenteranno i tumori, mentre il Guardian ha avvertito che, con la fine della permanenza del Regno Unito nell’Ue, in Premier League arriveranno solo i calciatori più scarsi – per inciso: non che adesso le squadre britanniche brillino nelle competizioni continentali. Non poteva mancare Tobias Piller, corrispondente in Italia per il Frankfurter Allgemeine Zeitung, noto per le sue prediche evangeliche all’Italia, che ha annunciato urbi et orbi: “Se il Regno Unito esce dall’Europa farà la fine del Botswana“. Lo sfidiamo a rintracciare il paese africano su una carta geografica muta, ma anche ad andare a vedere le sue statistiche economiche: se dopo la Brexit la Camera dei Comuni dovesse affrontare una crescita economica del +9.9% (Botswana 2013) o anche di un più “modesto” +3.2% come l’anno successivo, è probabile che anche i più refrattari all’abbandono dell’Ue si convincano della bontà della strada intrapresa. Anche se poi qualcuno li considererà razzisti.

Man mano che questa serie di posizioni venivano snocciolate, il divario nei sondaggi aumentava a favore del “Sì”, tanto da avvertire la necessità di qualche correzione. Prima è arrivato Prodi spiegando che è vero, forse a Londra non perdono proprio nulla ma in compenso perde chi ha costruito una religione del libro sull’irreversibilità del processo di integrazione europea. Successivamente ha fatto la sua comparsa anche l’onnipresente Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’eurogruppo e fustigatore dei costumi greci, il quale si è accorto che qualcosa nella comunicazione era sbagliato, ammettendo che non era il caso di giocare sulla paura ma elencare i vantaggi della convivenza nel consesso comunitario. Peccato che questi vantaggi non siano poi stati messi nero su bianco. Forse perché ad una seria e attenta analisi costi/benefici i primi superano di gran lunga i secondi?

Filippo Burla

 

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