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brexitLondra, 26 apr – Ha votato a favore della guerra in Iraq, che lo stesso Tony Blair ha rinnegato e, da laburista, è stata l’unica a supportare la rielezione del repubblicano George Bush, ma oggi a disturbarla è Marine Le Pen. Gisela Gschaider Stuart, parlamentare inglese nata e cresciuta in Germania, giunta in Gran Bretagna a 19 anni, oggi co-presidente della campagna “Vote Leave” a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ha infatti chiesto al ministro degli Interni Theresa May di vietare l’ingresso sul suolo inglese al leader del Front National francese. “Ha tenuto in passato numerosi discorsi divisivi e incendiari, soprattutto comparando i musulmani che pregano in strada all’occupazione nazista in Francia”, ha spiegato la Stuart, rivolgendosi poi perentoria al ministro: “la esorto a esercitare i suoi poteri, in virtù della legislazione sull’immigrazione, per rifiutare il suo ingresso nel Paese”. Un autogoal che, giustamente, il ministro ha prontamente sottolineato: la richiesta “suggerisce che abbiamo il controllo delle nostre frontiere”, ha risposto la May sottolineando la contraddizione rispetto ad uno degli argomenti portati avanti dai sostenitori inglesi della Brexit. “I socialisti hanno sempre avuto un leggero problema con la democrazia”, ha risposto pungente Marine Le Pen.

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Ma la deputata laburista, tra le poche a volere l’uscita dall’Unione Europea nel suo partito, in una campagna dominata dai conservatori euroscettici, non è stata l’unica a stigmatizzare una visita che la Le Pen non ha comunque ancora confermato. Infatti, anche Nigel Farage, leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (Ukip), alleato europeo del Movimento Cinque Stelle e promotore della campagna “Grassroots Out”, il quale già in passato aveva criticamente ricordato che “l’antisemitismo fa parte del dna del Front National“, ha dichiarato a Skynews di ritenere “inutile un suo intervento nella campagna pro Brexit”. “Io, se ci andrò, mi limiterò a difendere il principio per cui ogni popolo deve poter determinare il proprio rapporto con la Ue”, ha spiegato però la Le Pen. Ma è proprio una ex Ukip, l’europarlamentare Janice Atkinson, colei che dovrebbe fare da padrone di casa qualora la discussa visita dovesse essere confermata. Espulsa dal partito in seguito ad una questione di rimborsi gonfiati poi archiviata, l’Atkinson all’interno dell’Europarlamento è oggi l’unica rappresentante per la Gran Bretagna dell’ “Europe of Nations and Freedom Group”, del quale fa parte anche la Lega Nord.

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Secondo l’Indipendent, oggi ben il 28% degli elettori inglesi non ha ancora deciso come votare al referendum del prossimo 23 giugno (28%), mentre tra i pro e i contro l’Unione Europea ci sarebbe una forbice inaspettatamente non troppo ampia (rispettivamente il 34% ed il 38%), nonostante la forte campagna mediatica a favore della permanenza. In ogni caso, il dibattito intorno alla visita della Le Pen permette diverse riflessioni. La prima è che il movimento inglese pro-Brexit si conferma del tutto differente nella sua fisionomia rispetto ai populismi anti-Ue del resto del continente ed è difficile ritrovare al suo interno grossi movimenti altrettanto simili nelle coordinate politiche generali rispetto a questi altri. La seconda è relativa all’ormai consueto e paradossale teatrino del quale si rendono protagonisti tutti quelli che ricercano una legittimazione politicamente corretta, utilizzando a questo scopo l’onnipresente e sempre valida onta dell’antisemitismo, pur quando sono essi stessi, spesso, a doverne subire l’accusa. La terza, infine, è la stessa che sottolineava la Le Pen: in nome della democrazia, la sinistra ha sempre avuto problemi con la democrazia.

Emmanuel Raffaele

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