Il Primato Nazionale mensile in edicola

Londra, 26 mar – Theresa May subisce un’altra pesante sconfitta: il controllo del processo Brexit passa nelle mani del Parlamento. Obiettivo: trovare piani alternativi all’accordo raggiunto dalla premier britannica con l’Unione europea, più volte bocciato.

La Camera dei Comuni ha infatti approvato l’emendamento Letwin con 239 a favore e 302 contrari e da mercoledì prossimo, con la prossima seduta, il governo dovrà seguire le indicazioni proposte da Westminster: mantenimento nel mercato unico, nuovo referendum o addirittura la cancellazione dell’uscita dalla Ue.

Prima della votazione, la May aveva ammesso di non avere il “consenso sufficiente” per sottoporre a un terzo voto della Camera dei Comuni l’accordo sulla Brexit raggiunto con Bruxelles e aveva insistito che, laddove il Parlamento non fosse in grado di approvare un accordo su una diversa Brexit, l’Ue non concederà una proroga più lunga rispetto a quella fissata, ossia fino al 22 maggio con la ratifica dell’accordo esistente, fino al 12 aprile senza. Sull’ipotesi di un secondo referendum la premier ha anche ribadito il suo “no”. Intanto la petizione online che chiede la revoca dell’art 50 del Trattato di Lisbona e quindi che il Regno Unito resti nell’Ue ha già raggiunto 5,5 milioni di firme.

Si dimettono tre ministri

La May comunque, che nei giorni scorsi aveva proposto di dimettersi in cambio di un voto favorevole all’accordo, a questo punto non ha intenzione di lasciare il numero 10 di Downing Street. “C’è un lavoro da fare e intendo continuare a svolgerlo”, ha dichiarato. Chi invece ha rassegnato le dimissioni è il ministro del Business e dell’Industria pro Ue Richard Harrington, come aveva dichiarato nel caso in cui non fosse stato escluso il no deal, ossia l’uscita dall’Ue senza accordo.

Oltre a Harrington hanno rassegnato le dimissioni i ministri del Foreign Office, Alistar Burt, e della Sanità, Steve Brine, entrambi a favore dell’emendamento Letwin.

Bruxelles si prepara alla Brexit no deal

La Commissione europea, dal canto suo, ha annunciato che alla luce di “rischi di uno scenario di no deal sempre più verosimile“, l’Ue e gli Stati membri hanno sostanzialmente “completato” la preparazione in caso di un’uscita “non consensuale” dall’Ue da parte della Gran Bretagna. Bruxelles ha inoltre spiegato che anche quasi tutte le misure legislative (17 su 19) sono già state adottate e che quelle rimanenti dovrebbero esserlo “rapidamente”.

Nell’eventualità di un no deal, la Commissione europea fa presente che “i rapporti del Regno Unito con l’Ue saranno governati dal diritto pubblico internazionale generale, che comprende le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio”. Uno dei rischi, avverte Bruxelles, è che nuovi “controlli” possano causare “ritardi considerevoli” alla frontiera. Nel testo diffuso dalla Commissione si sottolinea d’altra parte che l’Ue continua ancora a “sperare” che questo scenario non si realizzi.

Tuttavia, ora il quadro è decisamente mutato: la May non è più l’interlocutore con Bruxelles. E a questo punto può succedere di tutto. Per il Regno Unito, un tempo esempio di stabilità e pragmatismo, il “divorzio” dall’Ue ha gettato il Paese (e la politica) nel caos più totale.

Adolfo Spezzaferro

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta