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Roma, 18 ott – Dopo la storica uscita ufficiale dello scorso primo febbraio, tra il Regno Unito e l’Unione europea rimangono ancora in ballo varie questioni che, se non risolte, segnerebbero nuovi scenari geopolitici, con un’Europa che – nel frattempo presa dalla questione Recovery Fund, le cui risorse sembrano essere posticipate a giugno 2021 – si dimostrerebbe decisamente più restia a margini di un cambiamento da tanti auspicato ma in realtà infattibile.

I nodi da sciogliere

Nonostante il Regno Unito sia ancora nel periodo di transizione fino alla data improrogabile del 31 dicembre, in pratica è come se Londra fosse ancora nella UE, però senza che il Governo partecipi alle decisione prese a Bruxelles, ci sono vari accordi commerciali da definire: la questione degli aiuti di stato, cara a Bruxelles, per evitare una concorrenza sleale, i diritti di pesca nel canale della Manica – con il governo Johnson che vuole imporre delle quote per i pescatori francesi ed europei- e il meccanismo per regolare eventuali controversie. Gli ultimi negoziati hanno dato esiti negativi, perciò un no deal, cioè una uscita della Gran Bretagna dal mercato unico europeo, è una possibilità concreta. Fonti Ue parlano di una deadline di 3-4 settimane per trovare un accordo.

Il “modello australiano”

La linea del premier conservatore sembra molto decisa: “Non volevamo nulla di più complicato di un accordo come quello col Canada, basato sull’amicizia e il libero scambio, ma il summit ha messo in chiaro che dopo 45 anni di appartenenza alla Ue non sono disposti ad offrire a questo Paese gli stessi termini che hanno offerto al Canada“, ha affermato Boris Johnson, facendo riferimento al trattato di libero scambio “CETA” del 2016 stipulato dalla Ue col Canda. Trattato che piace a Londra siccome discosta la politica commerciale dai parametri europei. A questo punto pare che il Governo britannico voglia spostare il negoziato sul “modello australiano” basato sulle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, cioè tariffe sulle merci.

Macron: “Il compito dell’Ue non è rendere felice il primo ministro inglese”

La replica di Emmanuel Macron non lascia spazio ad interpretazioni: “Rendere felice il primo ministro inglese non è la vocazione dei leader dei 27 Stati membri che hanno deciso di restare nell’Ue“. “Non sacrificheremo i nostri pescatori”, ha aggiunto il presidente transalpino in merito al nodo sui diritti di pesca nella Manica. Davvero strano che il rappresentante massimo dello stato francese abbia a cuore il destino dei pescatori nazionali, non come il Governo italiano che continua a tergiversare mentre 18 pescatori italiani sono prigionieri da un mese in Libia. Più aperta al dialogo la posizione di Angela Merkel: “Dobbiamo essere pronti a fare compromessi, entrambe le parti devono muoversi, ognuno ha i suoi principi ma un accordo è ancora possibile”.

Riccardo Natale

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