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Napoli, 18 ott –  Il 31 ottobre lo stabilimento Whirlpool di Napoli chiuderà i battenti. Questo è ciò che ha annunciato la multinazionale americana lo scorso anno. Le speranze di salvare il sito del capoluogo campano rischiano di essere ridotte al lumicino. Nonostante questo i sindacati di categoria, in concomitanza con il vertice convocato a Roma al ministero, hanno indetto, per il 22 ottobre, una giornata di sciopero in tutti i siti. In attesa delle decisioni che verranno prese giovedì prossimo, cerchiamo di capire perché siamo arrivati a questo punto.

Le tappe della crisi

Prima di fare un riassunto delle puntate precedenti dobbiamo tenere presente che Whirlpool voleva chiudere il sito partenopeo almeno da due anni. Negli ultimi due anni hanno solo fatto ammuina per prendere tempo e non perdere la faccia. Riavvolgiamo il nastro. Due anni or sono (esattamente il 25 ottobre del 2018) tutto sembrava andare per il verso giusto. I sindacati siglavano l’accordo sul piano industriale di Whirlpool, che prevede 250 milioni di investimenti in Italia per i successivi tre anni. Nel piano c’è, come atteso, il trasferimento dalla Polonia della produzione delle lavatrici e lavasciuga da incasso. Nove mesi, azienda e sindacati si incontrano per fare il punto sull’attuazione del piano industriale. Tra le tante slide, una lascia i rappresentanti dei lavoratori con la bocca aperta: c’è una “x” sullo stabilimento di Napoli. L’azienda non rispetta quanto aveva sottoscritto affermando che: “Il business delle lavatrici non è sostenibile e che lo stabilimento di Napoli registra perdite di 20 milioni: l’unica strada è la riconversione”.

Dopo un mese d’inferno il 25 giugno gli americani concedono agli italiani una tregua: “Non vi sarà nessuna chiusura, nessun disimpegno e che sarà assicurata la piena occupazione dei lavoratori”. Whirlpool, però, sta bleffando. Dopo un mese ci ripensa e l’allora ministro dello Sviluppo Economico Di Maio promette un decreto che permetterebbe a Whirlpool di accedere a una decontribuzione nei prossimi 15 mesi, con sgravi fiscali sugli oneri relativi ai contratti di solidarietà. Il dl mette a disposizione 10 milioni per il 2019 e 6,9 milioni per il 2020. Niente da fare il management risponde picche al ministro pentastellato. L’unica strada è la riconversione e siamo al primo agosto. Il tira e molla dura un anno.

Basterà uno sciopero a ribaltare il tavolo?

Il 5 luglio scorso gli operai napoletani subiscono un’ulteriore schiaffo da parte dell’azienda L’amministratore delegato di Whirlpool Italia, Luigi La Morgia annunciò la cessazione dell’attività produttiva il 31 ottobre 2020. I dipendenti risposero con ironia misero in vendita su eBay il sito campano. Sono passati diversi mesi, ma la situazione non è cambiata. I sindacati a questo punto tentano il tutto per tutto. Come si è già scritto, i rappresentanti dei lavoratori proclamano lo stato di agitazione a tempo indeterminato in tutti gli stabilimenti Whirlpool, sciopero di otto ore il 22 ottobre e manifestazioni territoriali il 23 ottobre.

Il coordinamento nazionale Whirlpool di Fim, Fiom, Uilm si scaglia contro la multinazionale americana e in una nota congiunta “esprime la sua assoluta contrarietà alla perdurante decisione di Whirlpool di violare gli accordi sottoscritti nel 2018 al Mise, di chiudere il sito Napoli e di depauperare progressivamente le competenze e le assegnazioni produttive italiane”. Nella stessa nota si precisa che “è indispensabile l’intervento delle istituzioni”. Purtroppo, però, sono gli americani ad avere il coltello dalla parte del manico.

Era necessario agire prima

I rappresentanti dei lavoratori non si limitano a indire scioperi. Qualche proposta interessante viene anche dai sindacalisti. Degno di nota è stato l’intervento del segretario nazionale UGL Metalmeccanici, Antonio Spera: “Visto che dalle ricerche di Invitalia per il sito Whirlpool di Napoli non è emersa ancora una proposta vincolante, chiediamo di prorogare le attività produttive alla data ultima stabilita dall’azienda del 31 ottobre con l’obiettivo di individuare misure utili alla continuità della produzione delle lavatrici, approfittando del fatto che il mercato ora è in leggera ripresa nel settore degli elettrodomestici”. Inoltre, ricordando che “avevamo chiesto al governo che Napoli potesse continuare a produrre quale unico polo produttivo di elettrodomestici Whirlpool del Sud Italia”. Questa dichiarazione risale a luglio. Se Spera fosse stato ascoltato, magari si sarebbe evitato questo macabro conto alla rovescia.

Le istituzioni, dunque, non si devono limitare a convincere le multinazionali ad investire in Italia ma possono anzi debbono far funzionare gli enti pubblici creati per rafforzare il nostro tessuto industriale. Quello che avviene in queste ore a Napoli non ci stupisce. L’Italia sta subendo passivamente il processo di deindustrializzazione. Dobbiamo scegliere se vogliamo fare gli sciuscià o se vogliamo raccogliere il testimone di grandi italiani come Enrico Mattei.

Salvatore Recupero

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