Roma, 8 feb – Sembra che l’attenzione di Amnesty International per i diritti umani non si applichi per nulla all’ambiente lavorativo interno all’organizzazione. Una ricerca, come riporta il Guardian, ha infatti portato allo scoperto la preoccupante situazione negli uffici dell’associazione: una rosa di comportamenti “tossici” che vanno dal bullismo alle pubbliche umiliazioni, dalle discriminazioni razziste e sessiste agli abusi di potere. La ricerca, portata avanti da un team di psicologi, è stata commissionata dall’ong stessa dopo che l’anno scorso due membri dello staff si sono tolti la vita, evidenziando una situazione che ora minaccia la credibilità di Amnesty. Vi si legge: “Ci sono stati riferiti molti casi in cui il management sminuiva il proprio staff durante le riunioni, esprimendosi in commenti denigratori o minacciosi, quali ‘Sei una merda!’, o ‘Dovresti licenziarti’”.

Due suicidi

Uno dei due suicidi, Gaëtan Mootoo, di 65 anni, aveva dedicato 30 anni alla battaglia per i diritti umani e si era tolto la vita proprio nell’ufficio di Amnesty a Parigi, lasciando un messaggio in cui puntava il dito contro l’ambiente lavorativo pressante e la mancanza di supporto da parte dei suoi superiori. Cinque settimane dopo anche la 28enne Rosalind McGregor, impiegata a Ginevra, si è uccisa. In questo caso è stata la famiglia della donna ad accusare la ong di avere causato alla giovane “un’ansietà acuta” che l’avrebbe portata suicidio.

I risultati della ricerca

I consulenti hanno così intervistato 475 dipendenti, e la maggior parte di essi ha etichettato l’ambiente lavorativo come “tossico”. Una larga parte di essi ha anche denunciato problemi di razzismo, sessismo e di posizioni anti-LGBT, abuso di potere, discriminazioni e trattamenti ingiusti portando così i relatori della ricerca a concludere che queste situazioni richiedono un’indagine ulteriore e più approfondita. Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty, ha descritto la relazione come “problematica” e ha promesso che verrà vagliato un piano di riforme per risolvere al meglio la questione. Insomma, il paradigma politically correct del “tanto amore per gli esseri umani ‘lontani’, ma totale disprezzo (o indifferenza) per quelli prossimi”, viene rispettato anche dalla salvifica organizzazione. Chissà perché, non ne siamo stupiti.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

2 Commenti

  1. Devo dire in tutta onestà che qualsiasi cosa accada a chi lavora per Amnesty International non mi interessa minimamente.

  2. Miserabili senza dignità, sono eventi tragici di una gravità assoluta,ignominia allo stato puro…………è vero………se questi sono i buoni, figuriamoci i comunistoidi cattivi. Intollerabile.

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