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Roma, 6 mag – Marine Le Pen perderà. Non che sia mai stata davvero in corsa, in verità, ma la credenza nei miracoli non muore mai. In politica, del resto, i miracoli talvolta sono possibili. Si può sempre sperare che i competenti sondaggisti francesi siano stati sostituiti dai loro inaffidabili colleghi italiani o inglesi. Possiamo sperare che l’aria di smobilitazione che si respira nei ranghi nazionalisti, che l’inerzia palpabile della campagna elettorale, palesemente pro Macron in questi ultimi giorni, sia un’apparenza fallace che verrà dissolta dalla Francia profonda, discreta ma tenace. Possiamo sperare, appunto. E saremo felicissimi di aver sbagliato analisi, se le speranze troveranno riscontro.



Ma, francamente, tutto lascia pensare che le sorti delle presidenziali siano già scritte. Il piglio con cui la candidata del Front national aveva iniziato la campagna dopo il primo turno aveva fatto ben sperare, forse non in vista di una vittoria finale, ma almeno di un avvicinamento sostanziale all’avversario. Un paio di mosse azzeccate, poi il tracollo durante il dibattito televisivo. Una Le Pen apparsa a molti nervosa, poco lucida, poco competente sulle questioni economiche, incerta su alcune posizioni chiave, poco a suo agio col suo stesso programma. La storia dei conti offshore di Macron, vera o falsa che sia, è sembrata ai più un boomerang, un po’ come quando, alle comunali di Milano, la Moratti se ne uscì con un’accusa dell’ultimo minuto circa il passato estremista di Pisapia, facendo solo la figura della disperata a corto di argomenti.

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Tutto questo, ovviamente, non deve far perdere di vista un dato: se fossimo francesi, domani voteremmo senza alcun dubbio per Marine Le Pen. E, per quel che vale, invitiamo i nostri eventuali lettori francesi a farlo. Senza illusioni, ma convintamente. La mobilitazione contro il talebano del globalismo, contro il pasdaran dell’alta finanza Macron è tuttora un dovere di ogni buon patriota francese. Poi, una volta passate queste elezioni, bisognerà fare un bilancio degli errori e impostare una strategia differente per il futuro. Certo il basso profilo tenuto in vista di un primo turno che si era sin troppo sicuri di passare non ha premiato. Giova ricordare che tra Le Pen e Fillon, alla fine, ci sono stati meno di 500mila voti di scarto, ma il candidato della destra moderata è stato azzoppato dagli scandali e, alla fine, da un sostegno meno che tiepido da parte del suo stesso partito. Cosa sarebbe successo senza l’inchiesta sui compensi dati illegittimamente alla moglie di Fillon? Insomma, poteva anche andare peggio e in effetti stava per andare peggio.

Qualcosa di positivo, anche se il ballottaggio andrà come sembra, c’è comunque. Nel suo disperato appello antilepenista subito dopo il primo turno, il direttore del Monde, Jérôme Fenoglio, ha fatto notare che Macron aveva (come ha tuttora) il 62% delle intenzioni di voto. Nel 2002, contro Le Pen padre, Chirac aveva dalla sua l’82%. L’antilepenismo ha perso 20 punti in 15 anni. Macron vincerà, ma non sarà un plebiscito. Non è poco. Nel corso di queste settimane abbiamo inoltre documentato le varie crepe apertesi nel muro del “fronte repubblicano”. Ci sono, insomma, basi per far ripartire un’opposizione nazionale seria. Sulla Francia che si sta affidando a Macron, invece, cosa dire? Niente, se non che forse quella scorta di gessetti colorati fatta in occasione del Bataclan potrebbe tornare a servire, purtroppo.

Adriano Scianca

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