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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta il Mullah Omar



Roma, 16 set – Scorrono le immagine sugli schermi. Scorrono vent’anni che ci ricordano l’11 settembre 2001. L’inchiostro vergato sui giornali ci riporta ad un secolo appena iniziato, un secolo senza storia dove la fine è il principio, Francis Fukuyama docet. Crollano le Torri gemelle e l’Occidente si affossa con loro. Gli Usa sotto attacco e il giubilo del mondo arabo che scende in piazza per gridare la propria gioia. Ma non tutti.

“Noi condanniamo fortemente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center e al Pentagono”. C’è chi dice no. “Noi vogliamo che siano puniti – i responsabili, ndr – e ci auguriamo che l’America sia paziente nelle sue azioni“. La firma del comunicato? Il governo talebano. Lo spettro di ieri, il nemico di oggi. Un nemico mistico guidato da un capo a tratti ascetico: il Mullah Omar. Benda sull’occhio destro perso in battaglia contro i sovietici nel 1989 quando di anni ne aveva ventisette. Abdul Salam Zaeef, all’interno del suo libro My life with the Taliban, descrisse su carta la scena. Una granata deflagrò su di un mujaeddin, Omar a pochi passi tentò di ripararsi, ma le schegge gli invasero il volto. A quel punto si strappò l’occhio che gli penzolava sulla guancia per poi medicarsi in solitaria.

Quel tagliente libro sul Mullah Omar

In questo periodo così iracondo e rapace contro i talebani dalla libreria andiamo a cercare un testo del 2011. Massimo Fini ha tratteggiato per Marsilio la figura ascetica del condottiero afgano. Il volume dal titolo Il Mullah Omar diventa una mappa per orientarsi in un luogo lontano mille mila anni luce dagli abbagli del liberalismo. Dovette difendersi, Fini, per il suo presunto elogio all’avversario. “Nel Mullah Omar e nei suoi Talebani io non difendo la loro ideologia, difendo il diritto elementare di un popolo, o di parte di esso, ad opporsi all’occupazione dello straniero, comunque motivata”. Lo dovette fare, a fine degli anni ’80, anche Giampiero Mughini per aver destinato un volume alla figura di Telesio Interlandi, il direttore del quindicinale La difesa della razza. Il sorriso dei tolleranti che inghiotte e rabbuia la realtà.

La penna di un alpino italiano

Fini ha dedicato il testo a Matteo Miotto. Miotto è stato un alpino dell’esercito italiano morto il 31 dicembre 2010 durante un conflitto a fuoco in Afghanistan. L’autore riporta alcune righe della lettera scritta dal soldato vicentino pochi mesi prima di morire. “Questi popoli hanno saputo conservare le proprie radici, dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L’essenza del popolo afgano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre”. Parole delicate sparpagliano nel sofisticato Occidente il dubbio di una guerra forgiata in nome dell’imperialismo a stelle e strisce. Parole taglienti che vengono dalla penna di un uomo che in prima persona ha giocato a dadi col destino gettando la sua vita, come un fiore, nell’agone del mondo moderno.

L’inesistente scontro di civiltà

Il Mullah Omar, “in fuga sulla moto verso l’ignoto” come lo vedevano in un irriverente brano i Sumbu Brothers, è funzionato per anni come perfetto alter ego al nostro piano inclinato di plastica. Laddove i soldati occidentali, ancora Fini, “non sanno nemmeno, a differenza dei Talebani, per cosa si battono e per quali valori è degno che rischino la vita”. Laddove anche l’alleato illuminato degli Usa in terra afgana Ahmad Shah Massoud trovò la morte due giorni prima dei tragici fatti dell’11 settembre. Un vuoto a perdere dove vent’anni dopo la pax americana affoga in una guerra tra civiltà immaginaria.

Se non nelle rivendicazioni di Lucia Goracci che intima, attraverso la rete Rai3, di farsi guardare in faccia da un miliziano talebano nel corso di un’intervista. Qui dove le Goracci diventano alfieri di uno scontro di civiltà che esiste solo nella mente dei progressisti. Per un cerchio che si apre un altro viene chiuso tornando alle parole di Massimo Fini a più di otto anni di distanza dalla morte del Mullah: “Che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar”. Perché in Occidente la gloria è ormai un peccato mortale.

Lorenzo Cafarchio



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