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Cina e Usa trovano l’accordo: respinte navi nordcoreane cariche di carbone

by Paolo Mauri
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Corea del NordPechino, 11 apr – L’incontro tra il Presidente Trump e il suo corrispettivo cinese, Xi Jinping, sembra aver dato i primi frutti: Stati Uniti e Cina hanno infatti trovato un punto di accordo per mettere pressione sul governo di Pyongyang e cercare di farlo desistere dalla sua politica di corsa agli armamenti atomici.
Nella giornata di venerdì 7 aprile, all’indomani dell’attacco americano in Siria e a poche ore dall’incontro al vertice tra i due capi di Stato, Pechino ha emanato un ordine esecutivo alle proprie compagnie commerciali di respingere i mercantili carichi di carbone provenienti dalla Corea del Nord. Già a partire dal 26 febbraio, a seguito dell’aumentare delle esercitazioni missilistiche di Pyongyang, la Cina aveva emanato una moratoria sul carbone nordcoreano, il principale prodotto di esportazione della piccola Repubblica Popolare, ma la decisione esecutiva di venerdì ha comportato l’effettivo respingimento delle navi battenti bandiera nordcoreana cariche di questa risorsa, preziosa più per Pyongyang che per Pechino nonostante il suo utilizzo per la produzione di acciaio.

Una fonte presso la Dandong Chengtai, una delle maggiori compagnie che commercia il carbone nordcoreano, riferisce che sarebbero 600mila le tonnellate di carbone di nei porti in cui opera la compagnia e circa 2 milioni in totale. Il carbone nordcoreano verrà, secondo quanto riporta l’agenzia Reuters, sostituito da quello americano, oggetto di una rinnovata politica di estrazione da parte del Presidente Trump che ha esacerbato gli animi dei verdi di mezzo mondo: a partire dalla fine di febbraio sono già 400mila le tonnellate di questa risorsa fossile partite dagli Usa dirette verso la Cina, a fronte della totale mancanza di spedizioni nel biennio 2014/2016. Parallelamente anche l’altro grande produttore di carbone, la Russia, ha visto aumentare la propria esportazione verso Pechino, per sopperire all’embargo su quello nordcoreano.

I colloqui sino-americani tenutisi nella residenza di Mar a Lago in Florida hanno quindi avuto un esito positivo: oltre alla messa al bando del carbone di Pyongyang le due parti hanno stabilito di avviare cento giorni di consultazioni per risolvere gli squilibri nei rapporti commerciali tra i due Paesi e per gestire correttamente le frizioni economiche, in modo da aiutare a dissipare le preoccupazioni del mercato circa una guerra commerciale, ma anche iniettare energia positiva nell’economia globale. Relazioni economiche che, in realtà, sono già buone dato che il bilancio degli scambi tra i due Paesi arriva a circa 500 miliardi di dollari l’anno e premette il sostentamento di milioni di posti di lavoro; dati questi numeri l’interesse degli Usa, espresso durante il vertice in Florida, è quello di abbandonare la politica protezionistica per garantire il migliore accesso delle imprese Usa al mercato cinese nel settore finanziario, la rimozione del divieto sull’export di carne americana nella Repubblica Popolare e l’abbassamento dei dazi sull’importazione cinese di automobili dagli Stati Uniti.

Non trovano riscontri le recenti notizie sul dispiegamento di circa 150mila soldati della Repubblica Popolare Cinese al confine nordcoreano, lungo il fiume Yalu, con l’ipotetico compito di accogliere la massa di profughi che si genererebbe a seguito di un possibile attacco: Pechino ha infatti smentito categoricamente una tale possibilità mentre lo Us Pacific Command non ha espresso alcun commento a riguardo. La situazione resta comunque tesa non tanto per Pyongyang che parla di guerra imminente, del resto la dialettica del Partito deve essere tale per giustificare la mobilitazione permanente delle Forze Armate e della popolazione, ma per le mosse degli Usa e degli alleati dell’area: la Corea del Sud, congiuntamente alla Cina, ha infatti deciso nella giornata di ieri di inasprire le sanzioni verso la Corea del Nord se questa non cesserà i propri test nucleari o di missili balistici a lungo raggio. Al tavolo delle trattative peserà anche il ritorno nelle acque coreane del gruppo da battaglia della portaerei “Carl Vinson” che era diretta in Australia dal porto di Singapore: la squadra navale, che sta effettuando una crociera di 4 mesi nelle acque comprese tra il Mar del Giappone ed il Mar Cinese Meridionale, rappresenta sicuramente uno strumento di pressione non secondario per Pyongyang, che rischia ora di trovarsi messa con le spalle al muro strangolata dalle sanzioni.

Come reagirà quindi? L’ipotesi più probabile, visti i precedenti storici, è che Kim Jong-un scambi il proprio arsenale atomico con la riapertura dei mercati verso la Cina e la Corea del Sud, ma l’incertezza data dal veloce evolversi della situazione internazionale non esclude che si possa arrivare ad uno scontro militare per chiudere i conti con la piccola Repubblica Popolare; conflitto che potrebbe anche estendersi alla Cina a discapito dei recenti accordi commerciali, come temiamo.

Paolo Mauri

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