Roma, 15 lug – In Italia come in tutta Europa, femministe, politici e associazioni Lgbt sono immancabilmente pronti a stracciarsi le vesti per ogni sillaba maschile o per ogni apprezzamento fisico “subito”. Nel resto del mondo, però, sono ben altri i problemi. Lontani dai deliri transfemministi della decadenza progressista occidentale, in Africa, ad esempio, sono ancora in vigore leggi marziali che condannano le donne per presunte volgarità esternate.

Lapidazione in Sudan

In Sudan, ad esempio, una giovane donna sudanese è stata condannata a morte per lapidazione in quanto ritenuta colpevole di adulterio. È il primo caso noto nel Paese da quasi un decennio. Maryam Alsyed Tiyrab, 20 anni, è stata arrestata dalla polizia nello stato sudanese del Nilo Bianco il mese scorso. Tiyrab sta facendo appello contro la decisione. In Sudan la maggior parte delle condanne alla lapidazione, che sono prevalentemente contro le donne, vengono annullate in alta corte.

La popolazione teme che questa sentenza sia conseguenza del colpo di stato di ottobre. Secondo i più, la rivoluzione militare avrebbe incoraggiato i legislatori a ritirare i diritti delle donne realizzati sotto lo scorso governo di transizione del paese.

Proteste inascoltate

L’African Center for Justice and Peace Studies (ACJPS), con sede in Uganda, ha affermato che la sentenza viola il diritto interno e internazionale e chiede il “rilascio immediato e incondizionato” di Tiyrab. Il centro ha inoltre affermato che alla donna non è stato concesso un processo equo con possibilità di difesa. Alla donna sudanese è stata anche negata la rappresentanza legale.

Sempre secondo il centro per la pace e la giustizia, l’applicazione della pena di morte mediante lapidazione per il reato di adulterio è una grave violazione del diritto internazionale. In questo è compreso “il diritto alla vita e il divieto di tortura e trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”.

Il ritorno della Sharia

Nel 2020, il governo di transizione del Sudan che ha seguito la cacciata di Omar al-Bashir, aveva annunciato la riforma di alcune delle sue leggi penali e delle politiche della Sharia. Le riforme non includevano la lapidazione ma, ad agosto, il Paese ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. L’ACJPS ha affermato che la lapidazione è una forma di tortura sanzionata dallo stato e viola gli obblighi del paese in materia di diritti umani. Oggi, invece, la donna sudanese rischia esattamente questa barbara pena per espiare le “sue colpe”.

Il caso giuridico

Jehanne Henry, un avvocato per i diritti umani, ha dichiarato che la sentenza della donna sudanese “mostra che le dure leggi della sharia e le sanzioni sono ancora in vigore in Sudan”.

“Il caso della morte per lapidazione ricorda che le riforme del diritto penale durante la transizione di governo non erano complete e che punizioni così dure e arcaiche sono ancora ufficialmente sui libri”. La fustigazione, bandita nel 2020, è ancora inflitta come punizione dai tribunali. L’ultimo caso noto di una donna condannata alla lapidazione per adulterio si è verificato nello stato del Kordofan meridionale nel 2013. Allora la sentenza era stata annullata.

Femministe al mare

Pensando a queste antiche leggi partorite dalle forme più radicali dell’Islam, i “ribelli” arcobaleno di casa nostra potrebbero certamente gridare allo scandalo medievale. Ancora, però, proteste da parte del mondo femminista in solidarietà alla donna sudanese non sembrano essere pervenute. Sarà forse per il clima vacanziero estivo o per l’impegno organizzativo dei vari Gay Pride su tutto il territorio nazionale. Fatto sta che nessuna “Non una di meno” italiana ha finora alzato la voce contro questa orribile condanna. Chissà, forse perché viceversa, se a commettere adulterio fosse stato un uomo bianco eterosessuale, le varie Boldrini nostrane sarebbero le più agguerrite nel scagliare la prima pietra.

Andrea Bonazza

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