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Barcelona, 29 mar – Prove tecniche di «nuovo normale» a Barcellona, dove sabato sera 5mila persone hanno partecipato al concerto della rockband catalana Love of Lesbian. Nella cornice del Palau St. Jordi – previa esibizione di tampone rapido, obbligo di mascherina Ffp2, accessi ai bagni contingentati e registrazione tramite smartphone – alcune migliaia di spagnoli hanno potuto riassaggiare qualche scampolo di «libertà» dopo un anno di restrizioni. Ovviamente seguendo il mantra-paradigma del 2021: «in sicurezza» dal coronavirus.

Misure rigidissime

Le autorità sanitarie spagnole hanno dato l’ok per la realizzazione dell’evento, in un’ottica di sperimentazione dell’efficacia delle misure messe in campo: così i partecipanti, alcune ore prima, si sono sottoposti a un test rapido antigenico che hanno poi mostrato all’ingresso. Secondo quanto riportato dal settimanale La Vanguardia, sei persone sono risultate positive al test e ad esse è stato interdetto l’accesso allo show. Per tutti gli altri, il privilegio di «un’ora di rock».

O di quello che è rimasto del rock, al netto delle mascherine Ffp2, dei turni per andare in bagno, della supervisione prussiana dei medici. Dell’ammissione al concerto della sola fascia tra i 18 e i 65 anni. Lunga vita al rock, ma solo previa registrazione tramite smartphone in grado di ricevere i risultati del test, e previa condivisione dei dati personali con il server del ministero della Salute spagnolo. Ma poi, se i tamponi sono tutti risultati negativi, a che serviva indossare i dispositivi di protezione individuale? 

I media esultano, ma per cosa?

Il giorno dopo sui quotidiani italiani era un trionfo trasversale di esaltazione giubilante:  «missione compiuta», «fruizione collettiva corale», riaprire il settore dell’intrattenimento «si può». A chi vi scrive, però, questa versione dello svago sotto la cappa del controllo sanitario pare tutto, tranne che «svago». Beninteso: siamo i primi ad auspicare il ritorno al lavoro di migliaia di operatori senza prospettive e sul lastrico da un anno. Siamo i primi a sostenere lo sblocco del comparto di concerti e spettacoli teatrali. Non fraintendeteci, se dipendesse da chi vi scrive riapriremmo domani.

Il concerto a Barcellona è davvero «vita»?

Ma una parte di noi non può fare a meno di annotare il profondo senso di inquietudine che ci comunica questo «ritorno in sicurezza» militarizzato che si può definire in molti modi, tranne che «normale». Contingentato, controllato a vista, scansionato. Accolto come un’oasi di libertà nel deserto delle restrizioni da migliaia di persone psicologicamente esauste, digiune di socialità da un anno. A cui sta bene di farsi controllare come criminali per poter rivivere l’ologramma della vita come era prima del marzo 2020. Un panorama che ricorda sempre più «l’alveare morale» descritto da Stefano Benni nel romanzetto distopico anni ’80 Terra. «L’alveare era una struttura ad anfiteatro, tutta a cellette trasparenti. Ogni celletta aveva un numero, corrispondente al biglietto. Tu dovevi entrare a seguire il concerto nella tua celletta, dove venivi chiuso a chiave, da solo, fino alla fine». Se questa è vita, se questo è «rock».

Cristina Gauri

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