Il Primato Nazionale mensile in edicola

Bruxelles, 17 lug – Oggi è il giorno del Consiglio europeo straordinario sul Recovery fund, che adesso si chiama Next Generation Eu. Il primo in presenza, di persona, dopo quelli in videoconferenza a causa della pandemia. A partire dalle 10 – si prosegue anche domani – i capi di Stato e di governo dell’Unione europea sono stati convocati dal presidente del Consiglio Ue Charles Michel per riprendere le trattative sul pacchetto da 750 miliardi per i Paesi più colpiti dalla crisi economica scatenata dall’emergenza coronavirus. Al centro del Consiglio anche il bilancio Ue 2021-2027, a cui il Next Generation Eu è strettamente connesso. Per l’Italia, rappresentata dal premier Giuseppe Conte, si prospetta un negoziato tutto in salita con i paletti ribaditi dai falchi del nord, i cosiddetti Paesi frugali secondo la stampa filo-Ue e morbida con il governo giallofucsia. A sentire il premier olandese Mark Rutte, il negoziato sarà lungo e difficile – nei giorni scorsi anche la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ammesso, proprio in un incontro con Conte, che molto probabilmente in questa due giorni non si troverà la quadra e quindi serviranno altri vertici. Il premier dal canto suo in quell’occasione si è subito messo in ginocchio di fronte alla cancelliera (e alla Ue) pur di ottenere qualcosa, ribadendo con entusiasmo che “l’Italia esige che sia monitorato come vengano spesi i soldi e come vengano fatte le riforme”.

Tanti i nodi da sciogliere e i paletti contro l’Italia

Sulla carta, il proposito del Consiglio è arrivare a un accordo. In realtà in campo ci sono interessi contrapposti tali che per Conte, al di là dei proclami roboanti – “o vinciamo tutti o perdiamo tutti” -, sarà difficilissimo strappare qualche concessione. Nello specifico, oggi dopo l’intervento del presidente del Parlamento Ue David Sassoli, i 27 Paesi Ue dovranno affrontare il pacchetto, la sua struttura, e trattare su ogni dettaglio. Sono ancora molti i nodi da sciogliere, a partire dalla governance, ossia da come si utilizzeranno i soldi. Su questo fronte c’è già stato il primo scontro tra Italia e Olanda.

Rutte esige il voto all’unanimità in Consiglio per erogare i soldi

Rutte esige un voto all’unanimità in Consiglio per l’approvazione dei piani nazionali di ripresa, in cui saranno inserite le riforme che i Paesi dovranno realizzare come conditio sine qua non per ottenere i soldi. Ma su questo i Paesi Bassi sono soli, tutti gli altri 26 sono contrari. Rutte, dal canto suo, non intende cedere di un millimetro (già questo rappresenta un’impasse, considerato che per procedere nelle trattative serve di volta in volta l’unanimità dei 27). Sul diritto di veto, ossia la possibilità di poter dire no all’erogazione dei fondi se un Paese non è convinto di come verranno spesi, o delle riforme messe in campo e o degli investimenti degli Stati membri, Conte dice che “è una richiesta non in linea con le regole europee”.

Le ipotesi sul piatto su come ottenere l’accesso ai fondi

Altra ipotesi sul piatto, una sorta di “freno di emergenza” che permetterebbe a un governo di chiedere una discussione in Consiglio nel caso in cui un Paese non rispettasse gli impegni assunti sul fronte delle riforme. Anche questa soluzione, a detta di Conte, è inaccettabile per l’Italia. Un altro paio di maniche invece è la proposta di Michel, che ha accolto quella della presidenza tedesca del semestre europeo, e che prevede che il Consiglio decida a maggioranza qualificata (almeno 15 Paesi su 27 e che rappresentino almeno il 65% della popolazione Ue) in due mesi su una proposta della Commissione, a cui seguiranno altre massimo quattro settimane per l’erogazione dei fondi. Altra questione in ballo, quella del legame tra aiuti e rispetto dello Stato di diritto. Su questo fronte, l’Ungheria chiede un alleggerimento della condizionalità. Anche qui lo scontro sarà duro perché in gioco ci sono i valori fondanti della Ue.

Manca l’intesa anche sull’ammontare del prossimo bilancio Ue

Ma ci sono anche questioni più tecniche su cui la possibilità di trovare un’intesa allo stato attuale appare remota. Come l‘ammontare del prossimo bilancio Ue 2021-2026. Secondo la proposta di Michel, da cui si parte per avviare le trattative, la cifra complessiva sarebbe di 1.074 miliardi di euro. Tuttavia per alcuni Stati membri si tratta ancora di troppi soldi. La Danimarca, per esempio, chiede di scendere a 1.050. Dal canto suo, l’Italia è contraria a un ridimensionamento. E almeno su questo fronte ha dalla sua anche il Parlamento Ue, che in merito decide insieme al Consiglio.

Divisioni su quanti soldi mettere nel Recovery fund e in che misura saranno prestiti

Altra questione fondamentale quanti soldi mettere nel Recovery fund. La proposta di Michel ha mantenuto inalterata quella della Commissione Ue che prevede un totale di 750 miliardi. I Paesi frugali, ossia Olanda, Austria, Svezia e Danimarca, a cui si è aggiunta anche la Finlandia, chiedono una riduzione dell’ammontare nonché il minimo possibile di sovvenzioni rispetto ai prestiti. L’Italia invece chiede che il pacchetto non si tocchi così com’è.

La questione dei “rebates” vantati da Germania, Olanda e altri Paesi

Altre ipotesi sul piatto, tagliare i trasferimenti da destinare ai programmi diversi dal programma che prevede aiuti agli Stati in cambio di riforme (Recovery and Resilience Facility), rendendo così più stringenti le condizioni per avere i soldi. Infine i cosiddetti “rebates”, il meccanismo di correzioni in favore di Germania, Olanda, Austria, Svezia, Danimarca e che vede contrari tutti gli altri Paesi (Conte sarebbe disposto a riconoscere questi “privilegi anacronistici” a patto che si proceda speditamente con la trattativa).

Il nodo della distribuzione dei soldi

Ma il negoziato incontrerà non poche difficoltà anche su come distribuire i soldi. Contro gli attuali criteri, oltre ai Paesi dell’est che contestano i vantaggi a favore dei Paesi del sud, ci sono anche Irlanda e Lussemburgo. La proposta di Michel prevede la distribuzione del 70% tra il 2021 e il 2022, il restante 30% nel 2023. Il tutto secondo una serie di criteri tra cui l’eventualità di un crollo del Pil nei due anni precedenti.

All’Italia rinfacciano di non aver utilizzato il Mes

In conclusione, però, c’è da dire l’Italia parte da una posizione svantaggiata anche e soprattutto perché a detta dei Paesi frugali poteva chiedere i soldi del Mes, stanziati con urgenza e pronti subito (ma da restituire in tempi e modi molto stringenti) e invece non l’ha fatto. Per cui, è quello che si contesta al nostro governo, non c’è tutta questa fretta di attivare i soldi del Recovery fund. Ma la differenza tra i due pacchetti, come è noto, è sostanziale: il Mes è vincolato alle spese sanitarie legate alla pandemia e non si può usare per intervenire sulla crisi economica.

Il problema quindi per l’Italia resta: se dovesse davvero accettare di chiedere il Mes come pre-condizione per presentare le riforme per avere i soldi del Next Generation Eu, Conte dovrà fare di tutto per far passare la richiesta al Fondo salva Stati in Parlamento. E se dovesse riuscirci per l’Italia scatterebbe la trappola Ue, con il rischio di ritrovarci la Troika in casa che ci dice cosa dobbiamo tagliare (o svendere) per restituire il prestito.

Adolfo Spezzaferro

1 commento

Commenta