Roma, 20 apr – Il gas dall’Algeria? Poco e neppure del tutto certo, nonostante le rassicurazioni di Draghi. “Subito dopo l’invasione dell’Ucraina, avevo annunciato che l’Italia si sarebbe mossa con rapidità per ridurre la dipendenza dal gas russo. Gli accordi di oggi sono una risposta significativa a questo obiettivo strategico, ne seguiranno altre”, aveva dichiarato il premier ad Algeri, dopo aver siglato l’accordo per la fornitura del gas dalla nazione nordafricana. Posto che come ormai noto dall’Algeria dovremmo ricevere appena un terzo del gas che ci arriva dalla Russia, non abbiamo neppure garanzie sulla stabilità di questo Paese e dunque sulle forniture stesse nel prossimo futuro. Ma non è tutto, perché adesso ne è emerso un altro di problema, affatto irrilevante, legato al gasdotto Nigal.

Sembra che il governo algerino (vai a fidarti dei nuovi amici), in cambio del gas, abbia chiesto all’Italia un contributo per rilanciare questa importante infrastruttura. Il progetto in questione si chiama Trans Sahariana, altrimenti noto come Nigal pipeline, ed è fermo al palo da decenni. Parliamo di circa quattromila chilometri, partendo dalle coste nigeriane, attraversando il Niger e arrivando fino all’Algeria. Il tutto passando attraverso il “rassicurante” deserto del Sahara.

Il gas dall’Algeria? Dipende dal gasdotto Nigal, fermo al palo da decenni

L’idea di realizzare un gasdotto transahariano risale addirittura agli anni Settanta. Tuttavia soltanto nel 2002 la Nigerian National Petroloem Corporation (Nnpc) e la compagnia petrolifera e del gas algerina Sonatrach, firmarono un memorandum d’intesa per la preparazione effettiva del progetto. Tre anni dopo, nel giugno 2005, Nnpc e Sonatrach siglarono un contratto con la britannica Penspen Limited per uno studio di fattibilità del progetto, completato poi nel 2006. Pronti, via? Niente affatto, perché mancava ancora un accordo intergovernativo con un altro Paese africano coinvolto: il Niger.

Passarono altri tre anni e l’accordo fu trovato, nel 2009. Peccato che nell’ampia regione del Sahel nel frattempo abbiano preso campo svariati gruppi terroristici, ostili a qualsivoglia realizzazione di grandi opere e che soprattutto non garantiscono la piena operatività di certi impianti.
Con tutta calma e sin troppo gesso, sono trascorsi ulteriori 12 anni ed eccoci all’ottobre 2021, quando il ministro dell’Energia e delle Miniere dell’Algeria, Mohamed Arkab, annunciò che il progetto del gasdotto transahariano era in fase avanzata e sarebbe stato attivato per fornire gas all’Europa. Piccolo dettaglio, ammesso dallo stesso ministro: erano ancora in corso contatti e consultazioni tra i ministri dell’Energia del Niger e della Nigeria.

Puzza di (accordo) bruciato

Tutto insomma bloccato, fino ad oggi. A questo punto, fa notare Luca Pagni su Repubblica, un appoggio da parte di una nazione europea, come l’Italia (guarda caso), potrebbe garantire al progetto del gasdotto Nigal una spinta definitiva, in termini economici, di sicurezza e di sviluppo tecnico. Senza dubbio, peccato per i gruppi terroristici che continuano a infestare il Sahel e per i costi incalcolabili. Il tutto per ottenere, forse e in un futuro indeterminato, un terzo del gas che già al momento ci garantisce la Russia. Fregatura assicurata? Di sicuro c’è puzza di (accordo) bruciato.

Eugenio Palazzini

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4 Commenti

  1. L’Algeria fornisce l’Italia da decenni di anni senza alcun problema, e ha sempre rispettato gli accordi con l’Italia e con il resto dei suoi clienti, anche negli anni più instabili della sua storia (negli anni 90).
    La fornitura del gaz algerino è attualmente di 21 miliardi l’anno, per arrivare a 30 miliardi entro il 2024 e non credo che queste valutazioni siano connesse esclusivamente alla realizzazione del gasdotto Nigal, bensì ad una progettazione realistica. Detto ciò, non riesco a capire tutta questa preoccupazione e questa polemica circa gli accordi stipulati!

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