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Roma, 13 ago – I talebani sono alle porte di Kabul, avanzano inesorabili e ormai controllano circa il 70% del territorio afgano. Ma se i fondamentalisti sono vicini ad assicurarsi il totale controllo del Paese asiatico, a beneficiare delle sue risorse sarà la confinante Cina. Una disfatta per l’Occidente che per venti anni ha impiegato enormi risorse umane ed economiche per tenere in piedi un castello di sabbia.



C’era una volta la tomba degli imperi

Questo si è rivelata, drammaticamente, la democrazia d’esportazione made in Usa. Niente altro che un nuovo Vietnam, un nuovo Iraq, una nuova Libia. Stesso epilogo, almeno in apparenza perché potrebbe rivelarsi peggio ancora. E dire che bastava conoscere un minimo di storia – senza neppure aver letto Il Grande Gioco di Hopkirk – per comprendere che l’Afghanistan è la “tomba degli Imperi”. Mai definizione fu più azzeccata, in termini non solo strettamente geopolitici. Stavolta però non saranno russi e inglesi a contendersi inutilmente quel territorio senza sbocco al mare, eppure strategico oggi più che mai. L’unica potenza imperialista in grado di sfruttare al meglio il cruento passaggio di testimone è appunto la Cina.

Come la Cina compra l’Afghanistan dei talebani

Pechino si sta muovendo ricorrendo all’ormai consolidato soft power, senza cioè intervenire militarmente nel conflitto in atto. Ha fiutato da tempo l’occasione e quanto accaduto lo scorso 28 luglio è ben più che simbolico. L’incontro a Tientsin tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e la delegazione talebana guidata dal mullah Abdul Ghani Baradar, rappresenta il sigillo di una nuova e apparentemente insolita alleanza. Alcuni analisti si sono limitati a far notare la necessità della Cina di aver rassicurazioni sulla sicurezza della regione, con Wang Yi che avrebbe meramente invitato i talebani a svolgere “un ruolo importante nel processo di riconciliazione pacifica e di ricostruzione in Afghanistan“.

Certo, il governo cinese vuole innanzitutto evitare nell’immediato che il vicino Paese controllato dai fondamentalisti possa rivelarsi una base logistica per i separatisti uiguri dello Xinjiang. Tuttavia non è solo questo l’obiettivo del dialogo avviato da Pechino, anzi. La Cina sa bene che ora può sostituirsi agli Stati Uniti, sottraendo a Washington un’area di influenza. Questo significa ricavarne quanto più possibile in termini di opportunità. A partire dallo sviluppo della Belt and Road Initiative, la tanto chiacchierata “nuova via della seta”. Il tutto è traducibile con accordi ad hoc per la costruzione di strade, ferrovie, corridoi energetici. Piani egemonici che la Cina può considerare a prescindere da chi deterrà il potere in Afghanistan, ma è chiaro che un drastico cambio di regime garantirebbe a Pechino una straordinaria corsia preferenziale.

Eugenio Palazzini

 

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