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Seul, 31 lug – Venerdì scorso la Corea del Nord ha lanciato quello che si può tranquillamente definire il suo primo missile intercontinentale (ICBM) dal poligono di Mupyong-ni situato nel nord del Paese. Il vettore, del tipo Hwasong-14 (o KN-20), ha raggiunto un’altitudine di 3700 km durante i suoi 45 minuti di volo impattando nel Mar del Giappone a 100 km dell’isola di Hokkaido, quindi dopo aver compiuto un volo di circa 1000 km. La versione precedente di questo missile balistico aveva invece raggiunto un apogeo di 2800 km e questo indica che il lancio di venerdì ha visto un nuovo vettore probabilmente dotato di un nuovo stadio rispetto al lancio precedente. Secondo gli esperti avrebbe un raggio di azione di 10mila km, mettendolo quindi in grado di raggiungere gli Stati Uniti continentali dalla costa occidentale sino a Chicago. Sempre secondo fonti di intelligence americane il vettore sarebbe in grado di portare una testata di 600/650 kg di armamento nucleare, quindi capace di portare effettivamente la minaccia atomica per la prima volta sul suolo americano (se escludiamo Alaska e Hawaii già entro il raggio di azione dei missili precedenti).



Questo test ha ribaltato i pronostici e le analisi che vedevano la Corea del Nord in grado di mettere in linea i suoi ICBM non prima del 2022, ma bisogna considerare che, per il modus operandi coreano, la riuscita di un lancio di un vettore simile non implica necessariamente che Pyongyang ora sia in grado di replicare con successo altri test: nella mentalità nordcoreana non esistono test, esistono solo esercitazioni di sistemi d’arma che rappresentano un “unicum”, nessun “esemplare di preserie” né tantomeno una produzione su scala paragonabile a quella occidentale. Il vettore quindi, una volta assemblato, viene immediatamente messo alla prova in una esercitazione a fuoco, come ci ha abituato Pyongyang in questi mesi (e anni). Quello che però è ragguardevole è la velocità del risultato ottenuto dalla Corea del Nord, che ha aumentato i propri lanci in modo esponenziale negli ultimi mesi, segnale evidente che la collaborazione con l’Iran sta dando i suoi frutti e soprattutto segnale che alla Cina, fondamentalmente, non dispiace poi molto che il regime di Kim Jong-un faccia venire la bile nel sangue a Giappone e Stati Uniti. Del resto, come abbiamo più volte avuto modo di dire, la Corea del Nord non è altro che una marionetta nelle mani di Pechino che gestisce la situazione in modo ambiguo ed ambivalente (in pieno stile cinese) a seconda delle proprie esigenze di teatro. Sulla scacchiera infatti, non c’è solo la penisola coreana, che comunque resta (e resterà salvo guerra aperta tra Usa e Cina) saldamente divisa tra nord e sud e quindi tra sfere di influenza, ma la questione dei “mari” su cui si affaccia la Cina (Mar Cinese Meridionale, Orientale, e Mar del Giappone) e che vedono Pechino rivendicarne la sovranità per questioni sia commerciali sia militari (ricordate il discorso sui “bastioni marini” per i sommergibili?).

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Ovviamente gli Stati Uniti ed i loro alleati nell’area (Giappone e Corea del Sud) non possono permettere che ci sia una destabilizzazione dello status quo con una Cina che decide di espandersi e diventare a tutti gli effetti una potenza globale e non più solo regionale (chi scrive pensa che grazie alle isole artificiali nelle Spratly Pechino ormai sia diventata una potenza locale di prim’ordine anche considerate le recenti esercitazioni tenutesi tra i due oceani). Pertanto a Trump non resta che alzare la posta in palio decidendo sia di rispondere con una dimostrazione di forza militare (i lanci degli ATACMS, missili di teatro, avvenuti immediatamente dopo il lancio nordcoreano) sia inviando in Corea del Sud i bombardieri strategici B-1B “Lancer”, che però, lo ricordiamo per i più distratti, non hanno più la capacità di bombardamento atomico sin dal 2011, quando la flotta di questi bombardieri venne tutta riconvertita al bombardamento convenzionale in ottemperanza alle clausole del trattato START. La mossa americana quindi serve più, a tutti gli effetti, a calmierare l’opinione pubblica interna e degli alleati, pur rappresentando una risposta decisa a Pyongyang: un bombardiere dalle capacità di penetrazione a bassa/bassissima quota e con notevole carico bellico come il B-1 è comunque una seria minaccia soprattutto considerando l’obsolescenza dei sistemi di difesa anti aerei della Corea del Nord, e a Pyogyang lo sanno bene.

Il gioco della “diplomazia dei missili” si è quindi rimesso in moto con Trump che, per la seconda volta in pochi mesi, avverte che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, ma la risposta americana e degli alleati sembra diversa rispetto a quella di qualche tempo fa: una dimostrazione di forza con il lancio di missili al di fuori delle normali esercitazioni preventivate è la prima volta che si vede in quella parte di mondo, e questo anche al netto del solito meccanismo di Pyongyang “inasprimento delle sanzioni = lancio di missili” per cercare di strappare condizioni più favorevoli alle trattative susseguenti. Quello che deve essere chiaro, però, è che gli Stati Uniti stanno giocando una partita a scacchi con la Cina e che Giappone, Corea del Nord e del Sud sono solo pedine sulla scacchiera: il presidente Trump infatti per la prima volta dopo i “floridi” incontri con Xi Jinping fa sapere che è “molto deluso dalla Cina” e che non permetterà più che Pechino “si limiti solo a parlare e non faccia nulla per aiutare gli Stati Uniti con la Corea del Nord”. Se questo a voi non sembra un ultimatum…

Paolo Mauri

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