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Roma, 31 mar – Prima venne il ministro Calenda, a spiegarci che nella faccenda Fincantieri – Saint-Nazaire bisogna tutelare la dignità dell’Italia, “non c’è verso che accettiamo il 50 e 50” ma “a quella nazionalizzazione non si risponde nazionalizzando Telecom, perché ad una fesseria non si risponde con una fesseria più grossa”. E Macron ha preso la palla al balzo rilanciando subito, giusto per chiarire chi è che alla fine farà la figura del fesso.



Ora è arrivato Renzi, da cui era lecito aspettarsi un qualche scatto d’orgoglio in più – nel paragone con l’attuale esecutivo, l’ex premier e il suo piglio semidecisionista fanno quasi miglior figura – ma ha subito metto in chiaro che ogni velleità sarà messa a tacere: “Da me una parola contro Macron non l’avrete mai“, sono state le sue prime parole sulla vicenda. “Il presidente francese – ha poi aggiunto – fa il suo interesse nazionale, non ho nulla contro di lui: il problema piuttosto è un governo italiano debole“.

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Mezze verità e capi chini. Così procede l’affaire Fincantieri. Renzi ha pienamente ragione quando dice che Macron persegue il suo interesse nazionale. Sgomberiamo il campo da un equivoco: il presidente francese fa benissimo a nazionalizzare i cantieri di Saint-Nazaire e probabilmente, visto che ne aveva accennato in campagna elettorale, Marine Le Pen avrebbe fatto la stessa identica cosa. Non è però questione di partiti in campo, ma di politica economica. Il problema, in situazioni così delicate, è che ogni parola va soppesata, foss’anche solo esprimere un principio sul quale è lecito concordare o meno. Renzi può continuare a sostenere Macron come argine al populismo, ma in questo caso dirsi dalla sua significa stare contro Fincantieri. Da oltralpe lo sanno, ora hanno una conferma in più che la strada è spianata. D’altronde, a trattare si è in due e può essere che ad un uno tocchi fare la figura del pirla di turno. Visto che non sono i francesi a farla, il cerchio si restringe.

Filippo Burla

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