Roma, 21 gen – Se volessimo attenerci unicamente alle dichiarazioni infuocate delle due potenze in causa, la crisi Ucraina ricorderebbe la crisi dei missili di Cuba. Sessanta anni dopo, lo storico braccio di ferro tra Stati Uniti e Russia prosegue spedito ed è giunto forse a un nuovo punto di non ritorno. Tradotto in termini più intelligibili: il conflitto vero e proprio si può evitare realmente se almeno una delle due parti farà un passo indietro. Con la variabile Europa, al momento assente, senz’altro da considerare.

Crisi Ucraina, i timori degli Usa

Un’occasione al riguardo, sulla carta, si presenterà già oggi a Ginevra. Nella città svizzera è difatti previsto l’incontro tra il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Ennesimo round che si disputa due giorni dopo le “velate” minacce di Joe Biden. In realtà però non è affatto detto che dalla riunione odierna emergeranno svolte sostanziali, come d’altronde ammesso dallo stesso Blinken. Il segretario di Stato americano ha fatto sapere che proverà a perseguire una via diplomatica per risolvere la crisi ed evitare lo scontro, senza però aspettarsi di poter formalizzare un disgelo.

Washington è ancora persuasa che Mosca possa davvero attaccare militarmente l’Ucraina, perché i soldati russi (circa 100mila uomini) schierati al confine, in Crimea e in Bielorussia aspettano soltanto il via libera di Putin. In ogni caso il Cremlino una decisione effettiva dovrà prenderla entro l’inverno, evitando così di tenere truppe schierate – lontano dalle proprie basi – troppo a lungo. Questione di morale e di costi altrimenti insostenibili.

Perché la Russia non arretra

Eppure la Russia, tuttora, continua a negare di pianificare l’attacco. Pur usando toni durissimi, si limita a ribadire di volere garanzie di sicurezza. Tra queste, le più rilevanti sono essenzialmente due. La prima: la Nato deve bloccare l’espansione verso l’Europa dell’Est. La seconda: deve assicurare di non voler accogliere nell’organizzazione Ucraina e Georgia.

D’altronde Vladimir Putin teme che la Nato si rafforzi ulteriormente, in particolare dopo la promessa fatta a Washington nel 2008 a Kiev e Tbilisi e ribadita, in modo sin troppo incauto, lo scorso dicembre. Se la Nato accogliesse a braccia aperte Ucraina e Georgia, di fatto la Russia perderebbe gli ultimi due tasselli rilevanti di quella che giudica una sfera d’influenza imprescindibile. “Non abbiamo più spazio per arretrare. Pensano che resteremo a guardare senza fare nulla?”, ha infatti tuonato Putin.

Tra manovre militari e costi insostenibili

Il problema vero è che la Casa Bianca difficilmente verrà incontro a tutte le richieste russe, non volendo abbandonare in particolare i Paesi baltici. Esattamente come il Cremlino non ha alcuna intenzione di porre limiti alle proprie manovre militari a Murmansk – al confine con la Norvegia – e a Kaliningrad, exclave russa tra Lituania e Polonia. Come al solito è utile osservare bene la carta geografica per comprendere mosse e contromosse possibili. In tutto questo spicca l’inerzia europea, come abbiamo sottolineato ieri su questo giornale. Un dramma nel dramma, perché al Vecchio Continente in questo momento è utile soltanto lo status quo – per ovvi motivi strategici ed energetici – non la guerra.

Arrivati a questo punto buona parte degli analisti ritiene che la guerra sia quindi dietro l’angolo. Non è improbabile, inutile negarlo. Ma né gli Stati Uniti né la Russia sanno calcolare bene quanto il conflitto verrebbe loro a costare, in termini di vite umane e soprattutto di conseguenze economiche. Un’incognita troppo grande per spingerli sul serio allo scontro totale. La crisi dei missili di Cuba insegna che c’è sempre un momento per fermarsi prima della deflagrazione, anche quando sembra ormai impossibile.

Eugenio Palazzini

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