Roma, 25 gen – Una scintilla può far scoppiare una guerra evitabile. Basta ormai una banalissima scintilla, ovvero una provocazione, un “errore” indotto, un leggero sconfinamento per trasformare l’Ucraina in un palcoscenico di fuoco e sangue. Arrivati a questo punto di non ritorno, tutto potrebbe accadere nei prossimi giorni, nelle prossime ore o addirittura mentre stiamo scrivendo questo pezzo. Allora alcuni parleranno di “incidente”, altri di mossa deliberata volta alla deflagrazione. Poco cambierebbe nella sostanza, perché in ogni caso significherebbe assistere a un conflitto devastante anche per l’Europa, in termini soprattutto di ricaduta sulla nostra già traballante economia. Sulla carta, al di là dei reali piani celati dalla diplomazia delle parti in causa, la Russia teme una mossa avventata dell’esercito ucraino, gli Stati Uniti viceversa sono persuasi che saranno le truppe di Mosca – schierate al confine – a compiere il primo passo.

Crisi Ucraina, giocare a ping pong sul filo della guerra

Si gioca a ping pong, sul filo della rete, con l’imprevedibile rimbalzo della pallina infuocata. L’auspicio è che i giocatori osservino bene il tavolo da gioco, prima di schiacciare. Il tavolo verde è disseminato di linee rosse imprevedibili, pregne di variabili incalcolabili. A partire dai tempi di gioco, dai costi da sostenere a breve e lungo termine, dagli spettatori al momento silenti che potrebbero decidere d’un tratto di prendere posizione. Un tuffo nel buio insomma, lo stesso in cui oggi è sprofondata buona parte dell’Asia Centrale a causa di un improvviso blackout elettrico. Tre grandi ex Repubbliche sovietiche colpite da quello che un portavoce dell’Energia del Kirghizistan ha definito “incidente nella rete energetica nazionale”. Sta di fatto che anche la principale città del Kazakistan, Almaty, e la capitale dell’Uzbekistan, Tashkent, sono al buio. Difficile dire al momento se il blackout su larga scala sia collegato alla crisi Ucraina, se cioè qualcuno abbia spento la luce in un’area fondamentale per gli interessi russi. E’ però emblematico di quanto potrebbe succedere più a nord-ovest, alle porte di un’Europa ingessata, incapace di intervenire prima che le cose precipitino.

I fronti schierati senza l’arbitro europeo

Intanto si procede a suon di esercitazioni militari, dall’una e dall’altra parte. In Crimea, nel campo di addestramento di Angarskij, i carri armati T-72B3 del corpo d’armata dell’esercito del Distretto meridionale russo si muovono, rumoreggiando. “Il fuoco viene aperto secondo il piano per l’addestramento al combattimento delle unità di carri armati della formazione di difesa costiera”, si legge nella nota del dipartimento della flotta del Mar Nero, che rientra nel ministero della Difesa di Mosca.

Dall’altra parte del tavolo da gioco la Nato sta rafforzando il contingente nell’Europa dell’est. Diversi Paesi alleati degli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di uomini e mezzi militari, tra cui navi e caccia. Washington intende posizionare nel Baltico circa 5mila soldati, con il Pentagono che ha già messo in stato di allerta altri 8.500 uomini. Biden nel frattempo procede a colpi di consultazioni, chiamando i leader europei – tra cui Draghi – per sondare il terreno e capire su che tipo di appoggio gli Usa potranno contare. Ed è proprio qui che si innesta l’incapacità dell’Europa di ergersi ad arbitro della contesa, provando davvero ad evitare un conflitto che la travolgerebbe. L’accettazione supina ai diktat d’oltreoceano è quanto mai pericolosa.

Eugenio Palazzini

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