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L’Avana, 24 lug – Cuba dice “addio” al comunismo: anzi, ¡adiós!”. E finalmente. Si comincerà a parlare di “società socialista”, dopo 59 anni di dittatura rossa, onnicomprensiva: oltre che mortifera, ovviamente.
Le parole hanno il loro valore, diventano simboli o, comunque, ne supportano di tali. Così, questa svolta non è solo linguistica ma di notevole, metaforico valore. La notizia è filtrata da “Granma”, ovvero l’organo ufficiale dell’isola. La scomparsa della parola “comunismo” è il più rilevante cambiamento del progetto di pre-Costituzione: testo discusso dall’Assemblea nazionale cubana e composto da 313 articoli. Tutti, oggetto di voto il prossimo lunedì e successivamente sottoposti a referendum.
Altra novità rilevante, l’apertura alle unioni gay: giubilo per la paladina LGBT autoctona, Mariela Castro che è figlia di Raul. L’articolo 68, dunque, rappresenta un’altra “Revolución”. Avvio ufficiale anche per l’economia privata: incredibile, ma stiamo davvero parlando di Cuba? Una sorta di “Wind of change”, come cantavano gli Scorpions. Brano ispirato dalla caduta del muro di Berlino, ieri. Ed oggi, dal muro del comunismo.
Chiara Soldani



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1 commento

  1. Sono costretti, visto che l’economie stataliste sono fallimentari. Molto brutta l’apertura alle unioni omosessuali (si strizza l’occhio al globalismo e alla cancellazione delle differenze, tra cui quella maschile/femminile).

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