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Washington, 23 gen – L’hanno già soprannominata, prendendo spunto da uno dei prodotti che più saranno assoggettati alla tassazione in dogana, “la guerra delle lavatrici”. Qualcuno aggiunge anche “e dei pannelli solari”, ma la sostanza non cambia: in merito alla politica dei dazi doganali, fra le principali promesse della campagna elettorale che l’ha portato alla Casa Bianca a novembre 2016, Trump intende fare sul serio.
Più nello specifico, sulle lavatrici la tariffa (che durerà tre anni) sarà del 20% per i primi 1,2 milioni di pezzi importati, mentre salirà al 50% per i successivi. I dazi sui pannelli solari saranno invece secchi al 30%, ma con durata quadriennale. Una vera e propria stangata su due beni che la Us International Trade Commission, la commissione federale sul commercio internazionale, ha individuato come maggiormente dannosi rispetto alle produzioni americane. Segno che probabilmente non finirà qui: “L’azione del presidente chiarisce ancora una volta l’intenzione dell’amministrazione di difendere i lavoratori americani”, ha spiegato in una nota il dipartimento del commercio.
L’obiettivo del presidente è tutelare, sottraendole alla concorrenza sleale straniera, le realtà industriali nazionali. Nel caso del settore del fotovoltaico, ad esempio, è infatti sì prevista una perdita di 23mila posti di lavoro (in un business che vale 28 miliardi ma fonda la sua esistenza sulle importazioni che valgono l’80% dei pannelli installati negli Usa), ma i dazi sui prodotti esteri – principalmente cinesi, mentre le lavatrici sono soprattutto produzioni coreane – sarebbero secondo alcune analisi capaci di stimolare la creazione di 100mila nuovi occupati.
Proteste si levano da Cina e Corea del Sud, due dei Paesi più colpiti dalla stretta di Trump. “I dazi sono una tassa su tutti i consumatori che vogliono acquistare una lavatrice. Tutti pagheranno di più avendo allo stesso tempo meno possibilità di scelta”, spiegano da Seul, mentre Pechino esprime “forte disappunto” denunciando “un abuso dei rimedi commerciali” e non escludendo di ricorrere in sede di Organizzazione mondiale del commercio. Al di là delle questioni diplomatiche, le scelte della Casa Bianca sembrano comunque pagare: la coreana Lg ha da tempo assunto 600 dipendenti in uno stabilimento in Carolina del Sud e programma nuovi investimenti per espandere la propria presenza americana in Tennessee per produrre proprio lavatrici. I dazi non sono ancora ufficialmente partiti ma i lavoratori americani già sorridono.
Filippo Burla

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12 Commenti

  1. ottimo….
    non vedo l’ora che rimettano i dazi anche qui in europa,anzi specialmente in italia.
    in un modo globale
    le aziende scappano dove il lavoro costa meno,e vendono dove guadagnano di più.
    ma se non necessariamente devi avere una macchina nuova ogni cinque anni..
    o cambiare telefono ogni uno o due,
    da essere umano devi comunque mangiare tutti i giorni.
    e per mangiare in italia,il lavoro serve in italia…
    quindi bisogna trovare il modo di convincere gli imprenditori
    a mantenere la produzione qui.
    se non lo vogliono fare,ben vengano i dazi in ingresso….
    così altri troveranno più conveniente restare,
    o comunque verranno riaperte fabbriche per il consumo interno,dando da lavorare a noi e non ad altri.

  2. Grande “il Donald”dalla parte di tutti gli operai del mondo. Infatti se i prodotti cinesi costano meno è soprattutto perché lì la manodopera costa poco ed ha scarse tutele a differenza dell’Occidente. Le aziende devono garantire tutele e diritti ai lavoratori e non mandarli in miniera con le ciabatte

  3. Purtroppo non abbiamo un Trump in Italia. Comunque sia, la cosa che mi diverte è che Donald sta facendo impazzire i sinistrati italiani, basta ascoltare la melma quotidiana che viene gettata su Trump dai giornali radio della RAI (pagata con i nostri soldi). Ma in generale tutto il gossip è imperniato sulla vicenda Trump. Dispiace che siano allineati in questo senso anche i canali Mediaset. Per fortuna resiste il cordone ombelicale diretto tra la gente e questo presidente USA, nonostante i tentativi delle élites di romperlo.

  4. […] Roma, 18 mar – Recentemente è venuto alla ribalta il dato statistico dell’incredibile crescita dei salari reali in Cina, in alcune zone addirittura assurti al rango europeo. Potrebbe sembrare che il governo di Xi Jinping stia effettivamente procedendo sulla strada dell’espansione della domanda interna, come effettivamente annunciato da anni, stante l’impossibilità di inseguire sempre e comunque le esportazioni in un mondo che sta prepotentemente tornando ad innalzare le sue difese doganali. […]

  5. […] All’inizio furono le lavatrici e i pannelli solari, poi le tariffe doganali furono estese a tutta una serie di altri beni. Con la promessa (o la minaccia?) di arrivare a colpire potenzialmente qualsiasi prodotto “made in China” ed esportato negli Usa. Le ultime fiammate sono arrivate a maggio, quando gli Stati Uniti hanno innalzato i dazi dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di beni. Questo fino a ieri, quando il presidente ha annunciato un’ulteriore stretta che portà l’aliquota fino al 30% a partire dal 1 ottobre. Salirà invece al 15% (dal 10) quella su altri 250 miliardi di prodotti. […]

  6. […] All’inizio furono le lavatrici e i pannelli solari, poi le tariffe doganali furono estese a tutta una serie di altri beni. Con la promessa (o la minaccia?) di arrivare a colpire potenzialmente qualsiasi prodotto “made in China” ed esportato negli Usa. Le ultime fiammate sono arrivate a maggio, quando gli Stati Uniti hanno innalzato i dazi dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di beni. Questo fino a ieri, quando il presidente ha annunciato un’ulteriore stretta che portà l’aliquota fino al 30% a partire dal 1 ottobre. Salirà invece al 15% (dal 10) quella su altri 250 miliardi di prodotti. […]

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