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santos-nobel-per-la-paceRoma, 16 ott – Che l’assegnazione del premio Nobel per la pace fosse sostanzialmente una cerimonia di autocelebrazione dell’impero transatlantico si sapeva, ed anche quest’anno non ci siamo dovuti ricredere. L’assegnazione del “prestigioso” riconoscimento è infatti andata al presidente colombiano Juan Manuel Santos, per l’altissimo merito di aver espresso l’intenzione di scendere a patti con il gruppo di narco-comunista delle Farc, una delle organizzazioni terroristiche più pericolose del pianeta, nonché principale fornitore di coca ai cartelli che, passando per il Messico, giungono fino agli Usa e da lì all’intero globo terracqueo.

Certamente, anche gli altri premi assegnati sono poco più che delle barzellette, ma quello per la pace in effetti mantiene un’aura quasi leggendaria a causa della sua intrinseca caratteristica di non essere mai assegnato a qualcuno che ha reali meriti nel perseguimento dell’obiettivo dichiarato. Pensiamo a H. Kissinger (suo l’aforisma “la globalizzazione non è che il nuovo nome della politica egemonica americana”) manovratore di tutti i colpi di Stato sudamericani accusato di crimini contro l’umanità; pensiamo Begin, terrorista dell’Irgun con parecchi omicidi sulla coscienza; pensiamo a Madre Teresa, quella che intascava i soldi per lasciare morire di stenti gli ammalati (salvo ricoverarsi nelle più prestigiose cliniche private) ed amica personale di Baby Doc e Pinochet, due galantuomini a caso; pensiamo a Rabin, grande esperto di esodi forzati dei palestinesi; pensiamo ad Obama che ha avuto il Nobel per la pace per meriti razziali e che ha di fatto gettato il mondo nel caos; pensiamo infine all’Unione Europea, quel moloch tecnocratico che nel 2012 ha avuto il premio per il sorprendente merito di aver azzerato ogni residua sovranità degli Stati d’Europa. È quindi lecito aspettarsi che se Santos ha ricevuto una simile onorificenza, esistano precisi interessi rispetto al mercato della droga che devono essere tutelati. Già nel 1999 Richard Grasso, capo della borsa di New York (in pratica, il supervisore di Wall Street) si era incontrato con il leader delle Farc per parlare di “progetti d’investimento”.

Connubio non insolito in effetti quello fra comunisti e finanzieri, almeno dai tempi di Trotzsky, che in polemica con il nazionalismo stalinista ebbe a dire che “Wall Street è più a sinistra del ComIntern”. Il che, in un certo senso, è persino vero. Oggi la Colombia è di gran lunga la principale fonte di cocaina, producendone più del Perù e della Bolivia messe insieme. Dal 2013, la produzione colombiana di coca è quasi raddoppiata, aumentando del 39% solo nel 2015, in gran parte nei territori sotto il controllo delle Farc.

A mettere i bastoni fra le ruote al progetto è stato il popolo colombiano stesso, che ha bocciato la delirante proposta di tregua, avendo subito per decenni la violenza terroristica degli amici dei banchieri in camicia rossa, e non volendone giustamente sapere nulla di una “pacificazione nazionale” con gente che oltretutto non crede nemmeno al concetto di nazione. Non è un caso che il referendum con il quale i colombiani si sono espressi sia stato paragonato alla Brexit: in ambo i casi si tratta di momentanee ma cocenti sconfitte per la morente amministrazione Obama, che in 8 anni non è riuscita a vincere una sola delle battaglie che ha iniziato. Bisogna infatti ricordare che è stato Obama medesimo ad offrirsi di rimuovere le Farc dall’elenco dei gruppi terroristici riconosciuti dal Dipartimento di Stato, indi dai nemici ufficiali degli Usa. Anche in questo caso, il popolo se è lasciato libero di agire riconosce d’istinto chi è il vero nemico e si regola di conseguenza. C’è quindi da aspettarsi un escalation di violenze o magari una nuova “rivoluzione colorata” in salsa sudamericana ovviamente dettata da motivi umanitaristici, per “fermare la violenza”? Ricordiamo, incidentalmente, che il colosso bancario Hsbc fu di fatto fondato come intermediario finanziario per il commercio dell’oppio ai tempi in cui l’impero britannico controllava direttamente l’India ed indirettamente la Cina ed aveva imposto la sua liberalizzazione, con effetti devastanti per decine di milioni di persone.

Questo per tentare almeno di capire che guerriglia comunista, banche d’affari e narcotraffico non sono tre realtà diverse e separate, ma che probabilmente esistono interessi comuni ed affari inconfessabili che formano un intreccio inestricabile sulle teste dei colombiani e di noi tutti. Il Nobel per la pace sembra quindi preludere ad una nuova guerra, come in effetti è nella sua tradizione.

Matteo Rovatti

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