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renzi-legge-di-stabilitàRoma, 16 ott – Un referendum da vincere a tutti i costi, i paletti della Commissione Europea da rispettare, le stime sulla crescita del Pil decisamente ottimiste. Il balletto della Legge di Stabilità 2017, manovra da 26,5 miliardi licenziata ieri da Palazzo Chigi, segue un copione già visto e per il quale le analogie – dalla coperta corta ai vasi comunicanti – si sono già sprecate più volte.



Uno degli snodi della finanziaria riguarda la spesa per la sanità. Beatrice Lorenzin, titolare del dicastero competente, chiedeva almeno due miliardi per far crescere la dotazione del Fondo sanitario nazionale. Due miliardi sono in effetti arrivati, ma uno di questi è vincolato al piano nazionale vaccini e alle assunzioni elettorali promesse pochi giorni fa. Alla fine dei conti, dunque, il Fondo che doveva crescere a 113 miliardi resterà nella migliore delle ipotesi poco sopra i 110. Ammesso e non concesso che la scure del solerte commissario Yoram Gutgeld non finisca anche e soprattutto su ospedali, farmaci e assistenza, come già promesso tempo fa pur, con molta accortezza, senza parlare esplicitamente di “tagli”.

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Fra le altre novità, quella di maggior interesse è senza dubbio lo scioglimento di Equitalia, accompagnato dall’efficace concetto di rottamazione delle cartelle. Tana libera tutti? Neanche per idea, al massimo saranno cancellati gli interessi di mora, giusto per invogliare chi è in ritardo con il pagamento del dovuto e racimolare così qualche altra risorsa. Ma si tratta di una scelta valida una tantum, giusto fino al termine del 2017 quando il governo dovrà ingegnarsi per scovare da qualche parte i 4 miliardi che si aspetta di incassare dalla misura. Identico discorso vale per la voluntary disclosure, anglicismo progressista per non usare un’altra brutta parola: ma se l’obiettivo è quello di sanare la posizione di chi ha accumulato ricchezze senza dichiararle al fisco (vuoi perché trasferite all’estero, vuoi perché frutto di attività illecite), allora di condono a tutti gli effetti si tratta.

Gli spazi di manovra, d’altra parte, sono stretti. Per cui se per lo sblocco dei contratti nel pubblico impiego serve un miliardo e oltre, se per l’immigrazione servono 100 milioni in più da suddividere fra tutti i comuni (500 euro a clandestino come “bonus gratitudine” nei confronti dei sindaci), altri svariati centinaia ne occorreranno per l’Iri sulle piccole imprese e se per il regalo alle banche sulle pensioni bisogna reperire quasi 2 miliardi, allora è necessario che da qualche parte si “gratti” per trovarli. Dove? L’esecutivo è ottimista sulla crescita, prevista all’1%, secondo Renzi già al ribasso “onde evitare polemiche e tensioni”. Non è dello stesso avviso l’Ufficio parlamentare di bilancio, che ha già smorzato i facili entusiasmi. Parere simile a quello espresso da Bruxelles, il cui parere sulla legge di stabilità è atteso per novembre, specialmente con riguardo al deficit/Pil che Padoan prevede al 2,2/2,3% rispetto al 2% concordato. Uno sforamento sul quale le trattative sono in corso, ma considerando che le spese per la ricostruzione post-sisma e quelle per l’accoglienza sono già in buona parte scontate, limare decimi diventa oltremodo difficile. A meno di non voler spingere ancora sulla revisione della spesa, ma a questo punto addio all’effetto moltiplicatore degli investimenti pubblici, con effetti a cascata proprio sulle stime di crescita e, indirettamente, anche sui parametri comunitari.

Filippo Burla

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